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La “battaglia della bandiera” sotto l’Arco di Trionfo svela una Francia divisa, che si appresta ad andare alle urne spaccata tra chi crede nell’Unione europea (e a esserne guida) e chi punta tutto sul nazionalismo.

Per celebrare l’inizio della presidenza di turno Ue, il governo francese ha deciso di inserire e issare bandiere dell’Unione europea nei luoghi simbolo di Parigi, proprio per la notte di Capodanno. La Tour Eiffel e l’Eliseo si sono illuminati di blu a ricordare il colore principale dell’Europa unita, e sotto l’Arco di Trionfo – lì dove è posta la lapide del Milite ignoto e dove arde perenne il fuoco in memoria dei caduti francesi – è apparsa una gigantesca bandiera blu con le stelle gialle. Senza la bandiera della Repubblica.

Una scelta che per Emmanuel Macron significava soprattutto marcare una tappa fondamentale della sua presidenza: la guida dell’Ue nel momento in cui Parigi si considera quasi capitale morale dell’organizzazione. Un passaggio di consegne importante, soprattutto alla luce dei continui interventi europeisti di Macron inquadrati nell’idea – non troppo nascosta – di una Francia desiderosa di affermare il proprio ruolo di guida in Ue anche grazie alla fine dell’era di Angela Merkel in Germania. E che doveva rappresentare in qualche modo anche la rotta tracciata dal presidente francese in vista delle prossime elezioni presidenziali: guidare il Paese ma guardando alla sua proiezione su tutta l’Unione europea.

Eppure, quella decisione così intrisa di europeismo macronista, ha dato un’immagine completamente diversa. Le luci sulla Tour Eiffel e sull’Eliseo possono essere apparse sgradite, ma non così tanto offensive. Mentre sulla questione dell’Arco di Trionfo, la destra è insorta, dalla parte più radicale (quella di Eric Zemmour e Marine Le Pen) fino a quella più moderata e gollista rappresentata da Valerie Precresse. Proteste diverse che hanno mostrato animi differenti, ma con lo stesso obiettivo. Propagandistico sì, ma denso di significati. Le Pen ha visto nella rimozione della bandiera francese e nell’issare quella dell’Ue una “provocazione” che “offende chi si è battuto per la Francia”, per Zemmour è stato “un oltraggio”. Precresse si è mostrata più attenta a evitare di finire nel mirino come populista, dichiarando un più moderato: “Presiedere l’Europa sì, cancellare l’identità francese no”.

Nella notte tra sabato e domenica, la bandiera è stata rimossa. L’Eliseo ha tenuto a ribadire che la cosa è avvenuta “come da programma”, ribadendo che era prevista un’installazione momentanea per celebrare l’inizio della presidenza di turno francese in Ue. Il segretario di Stato agli affari europei, Clément Beaune, ha precisato che il governo “non ha mai tolto la bandiera francese, la bandiera europea è stata issata dove non c’era nulla” e ha ribadito di non accettare lezioni di patriottismo”. Ma tanto è bastato per far dire al blocco sovranista che si è trattato di una “grande vittoria patriottica” in cui è intervenuta una “massiccia mobilitazione di tutti gli amanti della Francia e della Repubblica per chiedere a Emmanuel Macron di ritirarla”.

Uno scontro che apre la campagna elettorale in modo definitivo? Probabile. Quello che è certo che la Francia che si appresta a recarsi alle urne è un Paese dove torna fortemente a spirare il vento della spaccatura tra europeismo e nazionalismo. Una divisione che non deve trarre in inganno: lo stesso Macron, che ha dimostrato una netta predisposizione alla proiezione europea – segnata dai trattati di Aquisgrana e del Quirinale – non ha mai nascosto un’attenzione molto elevata per gli interessi francesi. E tanti osservatori ricordano come la visione europeista dell’Eliseo sia quella di un’Europa come moltiplicatore di forza, in cui l’Ue è un elemento necessario ma anche un trampolino di lancio. La destra anti-Macron ha scelto una strada più netta, ribadendo il rafforzamento dell’identità culturale e nazionale francese anche a partire dai suoi simboli: ma è una battaglia culturale che non deve far credere nella liquefazione degli interessi nazionali da un lato contro il nazionalismo dall’altro. È un fenomeno più complesso che mostra però come il destino di Parigi, della Francia e anche dell’Europa passi inevitabilmente – e di nuovo – per questi nuovi modelli di appartenenza all’Ue. Le elezioni francesi saranno certamente uno spartiacque. E la concomitanza di Macron all’Eliseo, presidenza Ue, elezioni, forte spirito di protesta interna e fragilità della struttura continentale possono far rinascere elementi euroscettici che Oltralpe non si sono mai sopiti. La strada verso aprile, quando il Paese andrà al voto, sarà segnata inevitabilmente da questa doppia anima francese che ha mai cessato di esistere.

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