L’Europa nell’anno in cui la pandemia si è palesata ha affrontato dure sfide, ma la sua risposta è stata contraddittoria sul fronte politico. A manovre in controtendenza col recente passato si sono aggiunte, invece, mosse che sembrano consolidare la linea del rigore e della svalutazione interna quale la recente normativa sugli scoperti bancari. A livello aggregato, invece, notiamo che a tenere dritta la barra del timone sono i soliti noti, Francia e Germania, mentre il governo giallorosso non ha toccato palla e sui grandi progetti di ripresa manca di una strategia comune. Di questi temi abbiamo parlato con Carlo Fidanza, esponente di Fratelli d’Italia, responsabile Esteri del partito di Giorgia Meloni per il quale nel 2019 è stato eletto al Parlamento Europeo. Attualmente è anche capodelegazione di Fdi nell’emiciclo di Strasburgo nel quadro del gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei (Ecr) che ha proprio nella Meloni il suo leader.

Onorevole Fidanza, grazie mille per il tempo concessoci. Partiamo da un tema fondamentale: lei si è a lungo opposto e ha presentato diverse mozioni contro la nuova normativa europea sugli scoperti bancari, in vigore dal 1 gennaio, che dà ai clienti 90 giorni per rientrare da debito e situazioni di rischio. Quali sono i problemi in tal senso?

Si ho presentato interrogazioni urgenti alla Commissione contro queste normative dal 23 novembre fino agli ultimi giorni prima dell’entrata in vigore. Il 17 dicembre gli uffici del Parlamento Europeo hanno dovuto addirittura mandare un sollecito alla Commissione per rispondere a un’interrogazione su cui le autorità europee non sanno che pesci prendere. Si scontrano diversi principi: da un lato l’autonomia della Bce e del mondo bancario europeo da cui deriva la regolamentazione, dall’altro la responsabilità politica in capo alla Commissione. I ritardi nella risposta segnalano un’incapacità nell’affrontare la questione, tra l’altro una delle poche precedenti all’era pre-Covid a non esser stata rinviata.

Una normativa, peraltro, in controtendenza rispetto alla narrazione di un cambiamento in Europa…

La normativa sugli scoperti riporta l’Unione non solo alla “narrazione” ma anche alla realtà precedente, essendo figlia dell’Europa dell’austerità. Si va verso una stretta bancaria in una fase in cui le banche dovrebbero essere lasciate libere di mettere in circolo decine o centinaia di miliardi di euro sotto forma di sostegno a cittadini e imprese. La stretta creditizia rischia di stritolare i privati cittadini e gli imprenditori che dovrebbero essere i principali fruitori di politiche più espansive.

Default dei prestiti garantiti, fallimenti di imprese, perdita di occupazione: è quello che ci aspetta nei prossimi mesi difficili e che questa stretta rischia di peggiorare?

Proprio così. Adesso abbiamo qualche mese di placebo derivante dalla moratoria sui mutui e sui prestiti decisa a inizio pandemia e valida fino alla primavera. Chi era in difficoltà per il Covid ha preso ristori e sostegni insignificanti, e chiaramente se qualsiasi sofferenza può potenzialmente trasformarsi rapidamente in credito deteriorato (Npl) in tempi brevi le banche dovranno fare maggiori accantonamenti a fronte degli Npl che la nuova normativa creerà. E di conseguenza ci saranno meno soldi a sostegno delle imprese e dei cittadini. La somma tra gli impatti sui singoli e quello sistemico sarà rilevante.

Nuovi Npl, si diceva. Quindi immaginiamo anche un rafforzamento dello scrutinio della vigilanza Bce sulle nostra banche già in sofferenza per i crediti deteriorati

Esatto. La vigilanza sugli Npl è molto più attenta di quanto sia quella sui derivati tossici di cui sono pieni le banche tedesche e francesi. Espressione di Paesi capaci di giocare con più astuzia la partita europea al servizio dei propri interessi nazionali.

E questo lo vediamo anche nei progetti per la ripresa. È stata suonata la stessa vecchia musica?

Si, e nell’anno del Covid ciò non è valso solo per i progetti comuni europei: pensiamo solo al caso Fincantieri-Stx in cui l’Antitrust europeo ha penalizzato l’impresa italiana con uno zelo ignoto in caso di operazioni di acquisto francese nel nostro Paese. Venendo ai provvedimenti Covid noi abbiamo avuto, a fronte di un atteggiamento iniziale che scaricava sull’Italia colpe e responsabilità, un repentino crollo di tabù consolidati mano a mano che il contagio avanzava.

Venendo al merito dei provvedimenti, se da un lato il patto di stabilità è stato sospeso a beneficio di tutti i Paesi dall’altro la riforma e l’allentamento dei vincoli sugli aiuti di Stato hanno favorito la Germania. Berlino, avendo maggiore capacità fiscale, ha potuto iniettare nel mercato una massa di miliardi a sostegno delle sue imprese in crisi. Noi abbiamo garantito le briciole a settori come il turismo, la Germania ha speso circa due miliardi per un solo operatore, Tui. L’apertura degli aiuti di Stato è positiva, ma serve una proporzione per non favorire competitivamente chi ha maggiore spazio fiscale.

Si è sposato un principio condiviso di superamento dell’austerità con il risultato di ampliare il solco tra i diversi Paesi.

Come vede invece la questione del Recovery Fund italiano?

Il Recovery Fund, divenuto oggetto di negoziazioni di potere che poco ne dovrebbero avere a spartire, per come è stato impostato in Italia segnala la mancanza di un progetto per la nazione da parte dell’esecutivo. Pensiamo solo al fatto che la parte di prestiti del Recovery Fund è immaginato dal governo come sostituzione di debito, capace di andare a finanziare progetti già avviati e in cantiere. Anziché andare a finanziarli con debito nazionale, si utilizzerebbe in questo caso il debito europeo: un esempio di questo tipo di progetti è l’Alta Velocità Napoli-Bari.

Anziché trovare più fondi col debito nazionale si usa il debito europeo come foglia di fico. La componente di novità è solo nei progetti finanziati coi contributi a fondo perduto. Questo diminuisce il tasso di innovazione e progettualità del Paese per un semplice meccanismo contabile. Sta inoltre venendo a mancare un sano confronto con le forze di opposizione, che riteniamo fondamentale trattandosi di progetti destinati ad andare oltre l’orizzonte temporale della legislatura in corso e che come Fratelli d’Italia e centrodestra ci auguriamo di poterci trovare a gestire, entro il 2023, dopo la prossima tornata elettorale dal governo.

Emblema di questo caos è il fatto che il dibattito dominante sembra non essere su cosa fare del Recovery Fund, ma su chi debba gestirlo…

Certamente, è un altro punto fondamentale.

Stante quanto descritto fino ad ora, dunque, in prospettiva che spazio ci sarà per l’Italia per riacquisire capacità d’azione in Europa? Sul ruolo della vostra parte politica, recentemente, abbiamo assistito a un animato confronto a distanza tra Angelo Panebianco e Giorgia Meloni.

Il tema è semplice: c’è una narrazione mainstream a cui Panebianco si è accodato secondo la quale se non si accetta l’Europa intesa come “questo assetto dell’Unione Europea” si è automaticamente scomunicati dal gioco politico comunitario. Tesi criticabile su più punti di vista. In primo luogo, l’Europa ha una storia, una cultura e una tradizione plurisecolare, non solo pochi decenni di costruzione istituzionale come l’Unione. Sorvolando poi sul fatto che tale costrutto non incorpori nemmeno tutti i Paesi dell’Europa.

Noi poi in secondo luogo contestiamo questa narrazione perché siamo consci che anche un governo di centrodestra da noi guidato dovrebbe necessariamente contare su solidi e fidati rapporti in Europa. Anzi, proprio l’autonomia e la forza della politica estera dell’ultimo governo di centrodestra, il Berlusconi IV, è alla base di numerose ipotesi sulla sua caduta.

Perfino Romano Prodi, oramai, lo ammette.

Chiaro, e su questo punto ci siamo. Non abbiamo affatto una politica isolazionista e miriamo a coltivare l’interesse nazionale laddove riteniamo che l’attuale classe dirigente di governo, subalterna alle logiche dell’asse franco tedesco, non abbia fatto abbastanza.

Abbiamo poi l’obiettivo di costruire un diverso equilibrio nell’Unione Europea, basato su un’Italia capace di costruire un doppio binario di rapporti e influenza nell’agone mediterraneo e nell’Europa centrale di Visegrad. Questo per ribilanciare gli assetti dell’Unione su due nuovi pilastri contraltari e complementari al nocciolo duro Parigi-Berlino dopo che l’uscita dei britannici ha ridotto la pluralità delle visioni politiche in Europa. Questa prospettiva il nostro governo non lo capisce, e sfrontatamente Parigi e Berlino non fanno mistero di ritenersi gli attori decisivi in Europa.

 

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