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Tra Lituania e Repubblica Popolare Cinese è in corso un duro gioco di forza dallo scorso luglio, scaturito da profonde divergenze in merito alla questione Taiwan e all’applicazione della politica di una sola Cina, che con il tempo si è esteso nel resto del continente, o meglio dell’Unione europea, approdando persino nell’Europarlamento.

Il confronto sino-baltico, che va inquadrato nel più ampio contesto della guerra fredda 2.0, ha accentuato il divario tra Occidente e Cina e avuto riflessi indiretti nel già movimentato Indo-Pacifico. E come e perché sia stato possibile che la scrittura del nuovo capitolo del confronto egemonico del 21esimo secolo sia cominciata qui, nell’insospettabile Vilnius, può essere capito pienamente soltanto in un modo: esplicando e ricordando al pubblico la funzione geopolitica dei Baltici, Scutum saldissimum et antemurale Occidentalis sin dal 1991.

La ricostruzione della crisi

Tutto ha avuto inizio lo scorso luglio, quando il governo taiwanese ha dato notizia della volontà di aprire un ufficio di rappresentanza a Vilnius nell’ambito di un piano per l’intensificazione delle relazioni commerciali. Vilnius, a sua volta, ha promesso di reciprocare la mossa, aprendo una sede a Taipei. La notizia sarebbe anche passata inosservata nella Repubblica Popolare Cinese – dato che Taiwan, riconosciuto da pochi, fa affari con tutti –, ma un dettaglio, tutt’altro che di poco conto, ha contribuito ad alimentare notevolmente le tensioni tra le due Cine e a dare vita ad un inusuale braccio di ferro sino-baltico.

Il motivo alla base della discordia lungo l’asse Pechino-Vilnius, che con lo scorrere del tempo ha attecchito nel resto dell’Unione Europea – si pensi al dibattito in sede di Europarlamento in merito ad un partenariato con Taipei, inclusivo di maggiore presenza nell’Indo-Pacifico -, è che quell’ufficio di rappresentanza non porterà il nome (quasi) universalmente riconosciuto di Taipei cinese, in utilizzo a livello internazionale nel rispetto della cosiddetta “politica di una sola Cina”, ma quello di Taiwan.

Perché il Partito Comunista Cinese abbia reagito con fermezza e intransigenza alla “svolta taiwanese” della piccola Lituania, ricorrendo alla militarizzazione del commercio per punire il nuovo corso d’azione della nazione baltica, è più che chiaro – è lapalissiano –: l’evento, se non fermato, è suscettibile di creare un precedente, di dare il via ad un effetto domino potenzialmente in grado di spianare la strada ad un’inversione di tendenza per quanto concerne la condizione diplomatica di Taiwan, la cui statualità è oramai riconosciuta soltanto da 15 Stati.

Perché la Lituania, i cui traffici commerciali con Taiwan rappresentano meno dello 0,5% del proprio interscambio con il mondo, abbia voluto imbarcarsi in un’impresa rischiosa quale quella di un confronto ibrido con il gigante economico della contemporaneità, la Repubblica Popolare Cinese, può essere compreso pienamente soltanto in un modo: rammentando al pubblico, sia laico sia esperto, qual è la funzione geopolitica dei Baltici.

Baltici, antemurale Occidentalis

I Baltici, dopo aver conseguito l’indipendenza dall’Unione Sovietica nel vicino ma lontano 1991, furono inglobati subitaneamente nella sfera d’influenza di quel cosmo politico-civilizzazionale che è l’Occidente, del quale accettarono di buon grado – dati gli infelici trascorsi storici con il vicino russo – di diventare una provincia a sovranità limitata ed un avamposto fortificato avente quali obiettivi sempiterni la protezione della Mitteleuropa e il contenimento della Federazione russa.

Ai Baltici vengono garantiti uno scudo militare avanguardistico, che è sinonimo di intoccabilità dal punto di vista della sicurezza fisica, ed un moderato livello di prosperità economica, promanante da una combinazione efficace ed efficiente di fondi per lo sviluppo, investimenti e interscambio, per contrappesare i rischi che la classe politica si assume. Questo do ut des ha plasmato in maniera profonda l’identità dei Baltici e ha avuto successo per un motivo molto semplice: questa regione possedeva un retroterra culturale favorevole allo stabilimento di una collaborazione con l’Occidente in funzione antirussa, al quale Unione Europea, Stati Uniti e Alleanza Atlantica non hanno fatto che attingere.

I Baltici, in sintesi, basano i loro indirizzi di politica estera in accordo con due criteri: l’effettiva percezione di insicurezza causata dal loro posizionamento geografico e la volontà contingente dei loro custodi. Spiegato in termini pratici, significa che quando i Baltici aprono un dibattito, o benedicono l’avvio di un’ostilità, è perché gli è stato chiesto, molto semplicemente, di spianare una strada che poi percorreranno il resto dell’Unione Europea e gli Stati Uniti. È accaduto l’estate scorsa, ad esempio, quando a trasformare i disordini postelettorali in Bielorussia da una questione di politica interna ad un casus belli tra Unione Europea e Aleksandr Lukashenko furono proprio i Baltici, affiancati dalla Polonia, il cui piano d’azione a base di sanzioni sarebbe divenuto la pietra angolare della strategia dei 27.

Il confronto tra Vilnius e Pechino non differisce né in contenuto né in forma dai fatti di Minsk: oggi come allora, per quanto possa apparire l’apolitica battaglia in solitaria di un Davide contro un Golia, è una mera questione di strategia militare, ovverosia di mandare avanti i sacrificabili fanti per creare una breccia che arcieri e cavalleria si premuneranno di allargare. Il fante si è mosso, ora spetta alle retroguardie – agli ordini del generale – proteggerne l’avanzata o curarne la ritirata.