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I Balcani non sono un problema secondario per l’Europa. Soprattutto se si trasformano, come sembra stia avvenendo, in un crocevia di interessi che vede contrapposti Cina, Russia, Stati Uniti, Unione europea e diverse potenze regionali e non, in primis la Turchia. I Balcani interessano e anche molto. La porta sud-orientale d’Europa non è un settore secondario nello scacchiere internazionale. E trovandosi al confine fra Asia e Vecchio Continente e rappresentando anche il punto di incontro della sfera di influenza russa con quella Nato, la regione fa gola a molti.

Ma quello che in molti hanno sottovalutato per anni è l’inserimenti di un terzo incomodo: la Cina. Come spiegato più volte su questa testata, il gigante asiatico ha deciso da tempo di inserire l’Europa orientale nel suo sistema di influenze. È dall’Est (ma non solo) che Pechino intende penetrare in Europa attraverso investimenti infrastrutturali e acquisizioni. E quello che sta accadendo nei Balcani è un esempio cristallino di cosa significhi questa strategia. La Nuova Via della Seta si allunga anche in questa parte di mondo. E quello che preoccupa molti osservatori e strateghi europei e occidentali, è che la strategia di inserimento della Cina è molto simile a quanto avvenuto in altre parti del pianeta: la trappola del debito.

Lo ha ricordato di recente Il Piccolo in un articolo che ha spiegato la strategia cinese in particolare per due Stati: Macedonia e Montenegro. Alla Conferenza di Monaco sulla Sicurezza, in molti hanno lanciato l’allarme. La povertà endemica degli Stati balcanici, unita alla totale carenza infrastrutturale ha fatto sì che si creassero le premesse per un do ut des con la Cina estremamente pericoloso. Pechino può offrire ai Paesi balcanici know-how, aziende, investimenti e la realizzazione di infrastrutture a stretto di giro di posta. E questi Stati ne hanno assoluto bisogno, specialmente dal punto di vista ferroviario e delle grandi rete viarie.

Ma lo scambio proposta dalla Cina rischia di rivelarsi una trappola: i Paesi, per avere garanzie di infrastrutture efficienti e immediate (cosa che l’Occidente non riesce a dare), sono costretti a indebitarsi. La Cina è un partner che sa attendere: ma non accetta sconti. E le opzioni che si prospettano ai Paesi che si indebitano con Pechino sono due: continuare a indebitarsi o cedere le infrastrutture e una parte della propria sovranità.

Vie d’uscita sono pochissime e i governi balcanici, divisi fra Nato e Russia e con una scarsissima capacità di resistenza, non possono certo dire di “no” al gigante asiatico. Così, in pochi anni, e soprattutto grazie alla totale incapacità dell’Unione europea di garantire lo sviluppo ai questi Paesi nonostante la volontà di inglobarli, la Cina rischia di trasformarsi nel vero e proprio dominus della regione.

Un rischio che guardano con sospetto sia la Russia che gli Stati Uniti. La prima perché pur essendo un partner strategico della Cina, non vuole che il dragone sia eccessivamente presente in un’area che ritene di sua stretta competenza. Mosca fa affari con Pechino da molti anni e il rapporto appare destinato a non peggiorare nei prossimi anni. Ma al Cremlino non approvano troppo questo eccesso di espansionismo. E la situazione economica russa, unita alla sua già difficile situazione infrastrutturale, non permette a Mosca di competere su questo fronte.

Per quanto riguarda gli Stati Uniti, la sfida è duplice: economica ma anche strategica. E nello scontro dei dazi con Pechino, è del tutto evidente che Washington non abbia alcuna voglia di vedere l’Europa balcanica, dove sta allargando la sua sfera d’influenza insieme alla Nato, diventare un nuovo campo di battaglia. Proprio per questo motivo, l’amministrazione Trump ha deciso di confermare la linea di allargamento dell’influenza occidentale nella regione. E lo ha fatto anche militarmente con la possibilità di nuove basi e soprattutto con l’aumento della presenza militare in Grecia. Paese che non a caso è diventata una delle grandi teste di ponte della Cina in Europa e nel Mediterraneo.

Il problema è che se la strategia cinese si è attivata, sarà quasi impossibile scalfirla in maniera sensibile. Perché ciò che offre Pechino non lo sta offrendo nessuno. L’Europa, troppo concentrata su numeri e sfide interne, non ha avviato alcun processo di investimento infrastrutturale serio e blindato nei Balcani. Lasciando questi Paesi da soli e fondamentalmente privi di un approccio concreto, dopo il dissolvimento della Jugoslavia nessuno ha saputo controllare il processo di transizione verso lo sviluppo. E ora arriva il drago cinese.

Grecia, Macedonia e Montenegro sono solo le prime tessere del mosaico. Ma la strategia cinese guarda più avanti. I contatti con l’Ungheria sono iniziati da parecchio tempo e l’intenzione è quella di blindare anche la partnership con la Serbia. A tal propositi, il presidente Aleksandar Vucic sarà volerà in Cina ad aprile per una visita che si preannuncia molto importante. Vucic, su invito di Xi Jinping, parteciperà al secondo Forum internazionale “One Belt, One Road” previsto a Pechino dal 25 al 27 aprile. Il presidente cinese, invitando il suo omologo serbo, ha inviato un messaggio a Belgrado promuovendo le relazioni bilaterali. Un segnale che serve a tutto l’occidente. Pechino vuole prendersi i Balcani.