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Per anni lo hanno tollerato e protetto, oggi gli si ritorce contro con lo stesso veleno con cui ha ferito l’Europa dalla strage di Charlie Hedbo allo strazio della Promenade.Anche nella fucina jihadista dei Balcani, infatti, l’islam radicale inizia a dare segni d’insofferenza: la polizia kosovara, la scorsa settimana, ha sventato ben tre attacchi simultanei di cui, uno, mirava a colpire il match tra Albania ed Israele che si sarebbe dovuto disputare a Scutari, nell’Albania nord-occidentale. Nonostante si sia trattato di un grande successo per le forze di sicurezza di Pristina il dato fa riflettere.Destabilizzare i BalcaniUna serie di attentati terroristici, simultanei e ben congegnati, per destabilizzare i Balcani e portate il terrore alle porte di “casa nostra”. Era questo l’obiettivo della rete jihadista, operante tra Kosovo, Albania e Macedonia, intercettata e neutralizzata dalla polizia kosovara.Nel mirino dei terroristi c’era anche la partita di qualificazione al Mondiale di Russia 2018 disputata, lo scorso 12 novembre, da Albania e Israele. L’incontro, che inizialmente si doveva giocare nell’impianto di Scutari, al confine con la Macedonia, è stato spostato “per ragioni di sicurezza” all’Elbasan Arena, nei pressi di Tirana, blindato dalla presenza di più di duemila agenti. Secondo la polizia di Pristina anche gli altri due attacchi erano stati pianificati per colpire i Balcani e, più precisamente, la Repubblica del Kosovo. Il blitz ha portato all’arresto di 19 persone – 18 kosovari ed un macedone – sospettate di avere contatti con lo Stato islamico e al sequestro di armi, esplosivi e testi di dottrina islamica. Altri 6 arresti sono stati effettuati dalle polizie macedone e albanese.Balcani e jihad: quale futuro?A muovere le fila della prima grande azione terroristica targata Stato islamico, sinora pianificata nei territori dell’ex Jugoslavia, sarebbe stata una vecchia conoscenza dell’antiterrorismo kosovara: Lavdrim Muhaxheri. L’uomo, conosciuto come il “macellaio” per le efferatezze compiute in Siria, è originario di Kacanik, paese del Kosovo meridionale considerato lo snodo chiave dell’arruolamento jihadista nei Balcani.Kacanik è solo uno dei tanti centri dell’ex provincia serba dove, dalla fine degli anni Novanta, l’islam radicale ha avuto campo libero. Si tratta di una sorta di zona franca dove lo Stato più giovane d’Europa, con le sue leggi ed istituzioni, non è riuscito a penetrare abdicando in favore della Sharia e di una visione del mondo fortemente radicalizzata che viene liberamente propagandata dagli imam locali. Emblematica, in questo senso, è la dichiarazione rilasciata, nel 2015, dalla madre di Muhaxheri agli inviati a “Le Iene”. A proposito del figlio, che nel paese è considerato una specie eroe, la donna ha ammesso che la polizia “non è mai venuta a cercarlo a casa”.Situazioni identiche si trovano anche in altri Paesi dell’area balcanica:  Bosnia, Sangiaccato serbo e Macedonia. Soprattutto per questo la regione, grazie al contributo offerto da organizzazioni e banche saudite e qatariote, è diventata leader nel reclutamento ed addestramento di foreign fighters pronti ad unirsi alle bandiere nere di al Baghdadi.Ma se sinora si è guardato ai Balcani come fucina del Jihad e corridoio di transito per i mujaeddin diretti nel vecchio continente, la serie di attentati falliti dimostra l’imprevedibilità di una minaccia che non riconosce né padrini, né padroni, ed è pronta a ritorcersi contro quei Paesi che hanno permesso al fondamentalismo di radicarsi. “Vi avevo messo in guardia, ma non mi avete ascoltato”: ancora una volta le parole con cui il presidente siriano Bashar al Assad, dopo gli attacchi di Parigi dello scorso novembre, si è rivolto all’Occidente ritornano tristemente attuali.

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