Altri sette anni di mandato, altra elezione arrivata in modo sostanzialmente plebiscitario e a poco più di vent’anni dalla prima, ottenuta nel 2003 subito dopo la morte del padre. Ilham Aliyev si è di nuovo confermato presidente dell’Azerbaijan. O, per meglio dire, vero e al momento unico uomo forte del Paese caucasico.

“C’erano pochi dubbi sulla sua vittoria – ha dichiarato a InsideOver il ricercatore Francesco Trupia gli altri candidati in realtà non hanno mai avuto la possibilità di insidiare Aliyev”. Figlio di Heydar Aliyev, al timone del Paese nel primo decennio di indipendenza, Ilham si è presentato davanti ai suoi concittadini quale unico attore in grado di garantire una certa stabilità economica e politica. Ma Aliyev, davanti agli occhi degli elettori, ha soprattutto voluto sfoggiare la vittoria militare nella guerra contro l’Artsakh per il recupero del Nagorno Karabakh.

Una vittoria che peraltro non sta contribuendo a smorzare la tensione nell’area. In questo martedì mattina, almeno quattro soldati armeni sono morti in uno scontro con azeri lungo il confine meridionale tra i due Paesi. Segno di una situazione ancora molto grave.

La vittoria di Aliyev

Le stesse elezioni sono state convocate con più di un anno di anticipo per permettere, almeno secondo quanto dichiarato dall’uscente e rientrante presidente azero, di votare per la prima volta anche all’interno del Nagorno. Chiaro quindi come il conflitto abbia inevitabilmente rappresentato l’elemento cardine del voto svolto nei giorni scorsi.

Francesco Trupia è un ricercatore dell’università Niccolò Copernico di Torun, in Polonia, e ha studiato molto da vicino le dinamiche politiche e sociali del Caucaso: “Posso dirle – è il suo aneddoto raccontato su InsideOver – che a Baku e nelle altre città hanno festeggiato la vittoria militare nel Nagorno al pari di come dalle nostre parti si festeggia una vittoria ai mondiali”. Segno di come la questione, all’interno della popolazione azera, fosse sentita.

“La sconfitta maturata a opera degli armeni nel 1994 – ha proseguito Trupia – ha rappresentato non solo un trauma ma anche un colpo molto duro all’orgoglio nazionale. Per anni nel Paese si è immaginato il momento in cui l’intero Nagorno sarebbe tornato in mani azere”. Ma non è solo per questo che l’esito del voto appariva, già alla vigilia, così scontato.

Aliyev senza dubbio ad oggi viene considerato come il vero padre della vittoria, il condottiero che ha reso possibile il recupero di una regione persa nei primi anni di vita del Paese. Il suo potere è però fuori discussione per altri motivi. Lo dimostra il risultato finale: all’uomo forte di Baku è andato il 92% dei consensi, lo sfidante più “vicino”, ossia l’indipendente Zahid Oruj, si è fermato al 2%.

Tutto quindi ruota attorno al presidente e ai suoi più stretti collaboratori. Una situazione certificata anche dall’Ocse, i cui delegati hanno seguito da vicino le fasi del voto e quelle della campagna elettorale: “Le elezioni presidenziali anticipate si sono svolte in un ambiente restrittivo – si legge in una nota dell’Ocse – e, sebbene siano state preparate in modo efficiente, le voci critiche e le alternative politiche erano in gran parte assenti. Purtroppo, le precedenti raccomandazioni volte ad allineare il quadro giuridico agli standard internazionali per le elezioni democratiche sono rimaste irrisolte e continuano ad esistere numerose restrizioni nella legge e nella pratica”.

Secondo Francesco Trupia, il controllo di Aliyev sulla vita politica dell’Azerbaijan è pieno e strutturale: “Per gli azeri – ha sottolineato il ricercatore – il presidente viene visto come garante della stabilità politica ed economica del Paese. La vittoria nel Nagorno ne ha poi aumentato la credibilità agli occhi della popolazione, contribuendo a solidificare il suo potere”.

Il voto nel Nagorno – Karabakh

La riconquista della regione contesa per anni con gli armeni è stata centrale anche durante le ore del voto: “Il Nagorno per adesso è disabitato, a partire da gennaio per effetto degli ultimi accordi tra le parti è stata sciolta la Repubblica di Artsakh e gli armeni sono andati via – ha spiegato Francesco Trupia – nelle città della regione si trovano soltanto militari, almeno per il momento”.

Ma per Aliyev era comunque importante aprire i seggi anche da queste parti. Quei pochi soldati arrivati per prendere in mano il Nagorno, hanno presidiato scuole ed edifici dove è stata innalzata la bandiera azera e dove sono state piazzate le urne elettorali: “Lo stesso Aliyev – ha poi aggiunto Trupia – si è recato a votare in un seggio della periferia di Stepanakert, assieme alla moglie e alla famiglia”. Un gesto simbolico, prima ancora che elettorale. Un modo per il governo di Baku di celebrare la vittoria, tanto a livello interno quanto a livello internazionale.

L’interesse nel vedere stabilità a Baku

La presa di Aliyev sul Paese non sembra quindi avere ostacoli. Non ci sono all’orizzonte vere alternative politiche al suo potere, la stabilità e la vittoria militare hanno poi contribuito a rafforzarne il ruolo di leader. Le critiche dell’Ocse e le osservazioni giunte da diverse organizzazioni internazionali appaiono, almeno per il momento, riposte in secondo piano.

Anche perché è proprio la comunità internazionale al momento a vedere di buon occhio la stabilità garantita da Aliyev a Baku: “La stabilità di Aliyev – ha chiarito Trupia – anzi viene proprio data dalla comunità internazionale. Quando ad esempio la Von Der Leyen va a Baku e firma documenti su un partenariato tra Ue ed Azerbaijan, sostanzialmente prepara l’Europa ad avere rapporti con il Paese caucasico almeno per i prossimi venti anni”.

Il riferimento è al partenariato strategico siglato tra Bruxelles e Baku che riguarda soprattutto i temi legati all’energia. Davanti Baku, tra i fondali del Mar Caspio, ci sono giacimenti di gas essenziali per il Vecchio Continente per sopperire alla mancanza delle materie prime provenienti dalla Russia. È proprio il gas la carta vincente di Aliyev: in una fase come quella attuale, le materie prime azere sono molto importanti e, conseguentemente, tra le varie cancellerie internazionali prevale la volontà di vedere a Baku una situazione politica stabile e positiva in vista di nuovi accordi.

Una circostanza che riguarda anche l’Italia, i cui rapporti con l’Azerbaijan sono in crescita. Dal Mar Caspio arriva circa il 15% del fabbisogno di gas per il nostro Paese, con Baku al secondo posto dietro l’Algeria tra i fornitori della penisola. Emblema degli stretti rapporti con il Paese caucasico è il Tap, il gasdotto che transita sotto l’Adriatico e si allaccia alla linea italiana in Puglia.

“Aliyev rappresenta uno di quei tanti autocrati – è il pensiero di Francesco Trupia – con cui l’Italia e l’Europa di oggi devono tenere rapporti e con cui fanno affari. Un paradosso, pensandoci bene: l’Ue nasce anche per difendere determinati valori, ma appare fondamentale dover avere stretti rapporti anche con sistemi autocratici, come nel caso azero”.