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Economy

Bab el-Mandeb: la Cina tratta con gli Houthi e cambia le regole della sicurezza energetica globale

La Cina ha individuato una soluzione pragmatica: negoziare con chi esercita il controllo senza riconoscerne formalmente la sovranità.

Per decenni Bab el-Mandeb è stato considerato uno dei pilastri della libertà di navigazione internazionale, uno stretto nel quale il diritto del mare e la deterrenza militare garantivano il passaggio delle merci indipendentemente dalla nazionalità delle navi. Oggi questo paradigma appare sempre più fragile. Le informazioni emerse nelle ultime settimane indicano infatti un’evoluzione molto più profonda di una semplice trattativa per mettere al sicuro alcune petroliere: mostrano la nascita di un sistema nel quale il transito non dipende più soltanto dal diritto internazionale, ma dalla capacità di ottenere una autorizzazione politica. Secondo ricostruzioni giornalistiche basate su fonti diplomatiche e marittime, funzionari cinesi avrebbero avviato contatti diretti con il movimento Houthi per garantire il passaggio di petroliere cariche di greggio saudita destinate alle raffinerie della Repubblica Popolare. La distinzione è tutt’altro che marginale: non si parla genericamente di prodotti petroliferi o petrolchimici, bensì di petrolio greggio, ossia della materia prima che alimenta la sicurezza energetica cinese.

Il lasciapassare sostituisce il diritto

Il dato strategicamente più rilevante non riguarda tanto il numero delle petroliere coinvolte quanto il principio che emerge da questa dinamica. Se una nave attraversa lo stretto perché ha ottenuto una clearance negoziata con un attore armato non statale, il concetto stesso di libertà di navigazione cambia natura. La sicurezza diventa selettiva. Bandiera, equipaggio, compagnia armatrice, società che ha noleggiato la nave, porto di carico e destinazione finale assumono un valore politico oltre che commerciale. La nave non rappresenta più soltanto un mezzo di trasporto, ma un’identità complessa che può essere classificata come autorizzata oppure ostile. È una trasformazione destinata ad avere effetti molto più vasti del teatro yemenita, perché introduce un precedente che potrebbe essere replicato in altri chokepoint strategici.

La vulnerabilità dell’Arabia Saudita

Per Riyadh il problema va ben oltre la protezione di alcune esportazioni. L’Arabia Saudita ha costruito negli ultimi anni una rete logistica pensata proprio per ridurre la dipendenza dallo Stretto di Hormuz. Attraverso l’oleodotto East-West Pipeline, il greggio può raggiungere il terminale di Yanbu, sul Mar Rosso, evitando il Golfo Persico. Questa infrastruttura costituisce la principale assicurazione energetica saudita contro eventuali blocchi nello stretto controllato militarmente dall’Iran. Se però anche Bab el-Mandeb diventa vulnerabile o soggetto a un regime di autorizzazioni selettive, la ridondanza strategica saudita viene fortemente ridimensionata. L’intero sistema logistico costruito negli ultimi decenni rischia così di perdere gran parte della propria efficacia.

La strategia cinese: proteggere gli interessi senza assumere responsabilità

La posizione di Pechino appare particolarmente sofisticata. La Cina dipende ancora in misura significativa dal petrolio mediorientale e non può permettersi interruzioni prolungate delle forniture. Allo stesso tempo non intende trasformarsi nel garante militare della sicurezza del Mar Rosso. Da qui nasce una strategia fondata sulla deconfliction, cioè sulla gestione preventiva del rischio attraverso il dialogo con tutti gli attori coinvolti. Si tratta di un approccio coerente con la tradizionale politica estera cinese: proteggere gli interessi economici senza assumere gli oneri politici e militari della sicurezza collettiva. In questo schema la diplomazia sostituisce la portaerei, mentre la trattativa risulta meno costosa di un intervento navale permanente.

Gli Houthi cercano una legittimazione internazionale

Per il movimento Ansar Allah il vantaggio non consiste soltanto nell’evitare uno scontro con il principale partner economico dell’Iran. Ogni nave autorizzata al transito rappresenta infatti una forma implicita di riconoscimento politico. Se una grande potenza negozia direttamente con gli Houthi per ottenere garanzie, questi ultimi cessano di apparire soltanto come un’organizzazione armata e assumono progressivamente il ruolo di soggetto capace di disciplinare uno dei passaggi marittimi più importanti del pianeta. È un passaggio fondamentale nella trasformazione della forza militare in potere regolatorio. Colpire le navi significa esercitare coercizione; autorizzarne il passaggio significa invece iniziare a esercitare una forma embrionale di governance.

L’Iran rafforza la propria profondità strategica

Dietro questo equilibrio resta evidente il ruolo di Teheran. L’Iran continua a utilizzare gli Houthi come elemento fondamentale della propria strategia regionale, pur lasciando loro ampi margini di autonomia operativa. La possibilità di mantenere sotto pressione contemporaneamente Hormuz e Bab el-Mandeb moltiplica infatti il peso geopolitico iraniano senza rendere necessaria una chiusura totale delle rotte commerciali. Per Teheran il semplice aumento del rischio è spesso sufficiente a incrementare i costi sostenuti dagli avversari, mettendo in difficoltà Arabia Saudita, Stati Uniti ed economie occidentali senza arrivare a un confronto diretto.

La sicurezza diventa un vantaggio competitivo

Questa evoluzione produce effetti significativi anche sul mercato dello shipping. Le grandi compagnie sostenute da Stati forti dispongono infatti di canali diplomatici, intelligence commerciale e capacità finanziarie che consentono loro di negoziare condizioni di sicurezza irraggiungibili per operatori più piccoli. La protezione delle rotte diventa così un fattore di competitività industriale. Non è soltanto il premio assicurativo a fare la differenza, ma l’accesso alle informazioni e alle relazioni politiche necessarie per ottenere il lasciapassare. In altre parole, la sicurezza marittima diventa essa stessa una risorsa economica.

Il nuovo ordine dei corridoi energetici

L’episodio dimostra come la competizione geopolitica contemporanea non riguardi più soltanto il controllo territoriale, ma soprattutto la gestione delle infrastrutture attraverso cui scorrono energia, commercio e finanza. La Cina sembra aver individuato una soluzione pragmatica: negoziare con chi esercita il controllo effettivo senza riconoscerne formalmente la sovranità. Gli Houthi, invece, tentano di trasformare la capacità di interdizione in una forma stabile di autorità politica. L’Arabia Saudita si trova a dipendere da un meccanismo che non controlla, mentre l’Iran consolida indirettamente la propria influenza regionale. Il risultato è che Bab el-Mandeb rischia di non essere più semplicemente uno stretto internazionale. Sta diventando un corridoio ad accesso selettivo, nel quale il diritto di passaggio viene progressivamente sostituito dalla negoziazione politica. Se questa dinamica dovesse consolidarsi, il principio della libertà di navigazione universale, pilastro del commercio globale dalla fine della Seconda guerra mondiale, potrebbe lasciare il posto a un sistema nel quale saranno gli equilibri geopolitici, e non più il diritto internazionale, a stabilire chi può attraversare il mare in sicurezza.

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