Azzerata la commissione elettorale di garanzia: la mossa di Trump in vista delle Midterm

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In vista delle elezioni di metà mandato del 3 novembre Donald Trump ha azzerato, di fatto, la commissione indipendente bipartisan incaricata di supervisionare la gestione del processo di voto. Due membri licenziati e una dimissione hanno reso inefficace e vuota questa importante articolazione del potere federale, organo di garanzia che supervisiona a un processo elettorale complesso.

Thomas Hicks e Benjamin Hovland, esponenti democratici eletti dal Congresso come figure di garanzia della Commissione per l’Assistenza Elettorale, sono stati licenziati da Trump, mentre la repubblicana Christy McCormick, ultima componente del consesso ove un posto risultava vacante, si è dimessa. La narrazione che sostiene la rimozione di queste figure, che dovrebbero contribuire tra le altre cose a strutturare il processo del voto per corrispondenza tanto contestato da Trump nell’elezione persa del 2020, è che i supervisionatori non garantirebbero fino in fondo la possibilità che il voto di novembre si svolga senza ostacoli.

I funzionari, ha detto una fonte della Casa Bianca al New York Times, secondo Trump “potrebbero non essere totalmente in linea con l’importante compito di garantire la sicurezza delle elezioni americane e assicurare che ogni voto legale venga conteggiato”. Curiosa inversione dei termini rispetto al 2020, quando “Stop the Count!” era il motto del fallimentare e disastroso tentativo di Trump di invalidare l’esito del voto contestando l’ampia mole di suffragi giunti per posta quali frutto di brogli a favore di Joe Biden. Oggi la narrazione è sulla validità dei voti e Trump e i suoi si stanno concentrando su possibili frodi imputabili al Partito Democratico negli Stati governati dal partito dell’asinello sotto forma di concessione di voti ai migranti, inclusione di liste elettorali non certificate e mancanza del requisito documentale per l’accesso al voto.

“L’elenco delle attività che gli Stati devono svolgere include la verifica della cittadinanza di tutti gli elettori registrati e degli addetti alle elezioni”, nota il Los Angeles Times, aggiungendo che “i luoghi che utilizzano sistemi di voto elettronico con codici a barre o codici QR per il conteggio dei voti dovrebbero presentare piani per passare alle schede cartacee compilate a mano. Ogni giurisdizione dovrebbe dimostrare di effettuare verifiche sui risultati”, in un contesto che renderebbe inevitabilmente più lungo il processo di definizione dei risultati.

In questa prospettiva si inserisce anche il Safeguard American Voter Eligibility Act (Save America Act), una legge che impone l’attestazione della cittadinanza Usa per procedere al voto e che incorpora nero su bianco l’ipotesi di presunte frodi mai confermate al voto del 2020. Il Save America Act non è ancora stato approvato e difficilmente potrà esserlo entro il voto, dato che anche diversi senatori repubblicani non trumpiani (Lisa Murkowski, Mitch McConnell, Susan Collins e Thom Tillis) si sono detti contrari. Resta il dato di fatto: Trump punta sui poteri federali per costruire una narrazione politica che lo vede, pur dalla regia della Casa Bianca, chiamato a difendersi da intrusioni ostili, complotti e macchinazioni ai suoi danni. Non esistono prove concrete di tutto ciò se non lo sforzo politico e legislativo per portare a livello federale il controllo del processo elettorale in vista di un voto che rischia di rendere Trump una vera e propria “anatra zoppa” se le camere passeranno ai Democratici. Eventualità da cui The Donald intende prevenirsi politicamente a ogni costo. Mentre di conseguenza le spaccature del Paese non fanno altro che incrementare.