Azerbaigian, Siria, Israele: la strategia della Turchia tra Medio Oriente e Caucaso

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Politica /

La recente visita del presidente siriano Ahmad al-Sharaa in Azerbaijan per incontrare il leader di Baku Ilham Aliyev e l’annuncio dell’avvio di colloqui tra funzionari di Damasco ed esponenti israeliani proprio nel Paese caucasico sono due importanti notizie che vanno nella direzione della ridefinizione degli equilibri mediorientali e, soprattutto, mostrano la volontà di marcare il territorio da parte di una sempre più ambiziosa e dinamica Turchia.

Scenari diplomatici tra Medio Oriente e Caucaso

Pochi giorni dopo che si era vociferato di una possibile apertura di una base turca in Azerbaijan, notizia che non poteva non preoccupare Israele, e dopo che l’incontro alla Casa Bianca tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu ha aperto alla possibilità della distensione Tel Aviv-Damasco la visita di Stato del leader siriano a Baku ha mostrato sia come l’Azerbaijan voglia mediare un processo di cambiamento degli equilibri mediorientali che ha al centro la possibilità di un futuro confronto muscolare tra i due primattori rimasti in campo in Medio Oriente, che sono peraltro gli alleati del regime di Aliyev: proprio la Turchia e Israele.

Dopo il rovesciamento di Bashar al-Assad da parte della coalizione ribelle guidata proprio da al-Sharaa col nome de guerre Abu Mohammad Al-Jolani e dopo l’estensione dell’influenza geopolitica della Turchia alla Siria, la dinamica di confronto tra Ankara e Tel Aviv si è rafforzata, con la prima che non ha fatto mistero di considerare il Paese levantino una sua proiezione, ha rafforzato la retorica panislamica contro lo Stato Ebraico per Gaza e le altre guerre ove è coinvolto e ha iniziato a espandere le sue ambizioni militari e diplomatiche. Israele non è rimasta a guardare e ha dapprima colpito pesantemente la Siria per obliterare le capacità militari del governo di al-Sharaa e poi ha cercato il colpo grosso contro l’Iran per proseguire un processo di ridisegnamento del Medio Oriente interrotto dal cessate il fuoco con Teheran.

Baku media sulla Siria per riavvicinare Turchia e Israele

Tutto sembrava convergere per fare del confronto Ankara-Tel Aviv un punto di svolta futuro possibile per il Medio Oriente, come ha scritto sul Financial Times Aslı Aydıntaşbaş, direttore del Turkey Project presso la Brookings Institution, ricordando che “il conflitto è sia ideologico che geopolitico”, perché Recep Tayyip Erdogan e Benajmin Netanyahu sono sostenuti da ambiziosi alleati ultra-nazionalisti e “in una regione già instabile, un duello tra due delle forze armate più forti del Medio Oriente – entrambe alleate degli Stati Uniti – potrebbe ulteriormente erodere il fragile equilibrio di potere” nell’area.

Da qui la volontà di Baku di raffreddare tensioni che, altrimenti, eroderebbero il sistema di alleanze e di accelerare una trattativa capace di pagare pegno a tutti: alla Turchia, perché espander la legittimazione del protetto al-Sharaa è nel suo interesse; a Israele, che vuole con la distensione con Damasco veder riaffermata una sua posizione di forza; in ultima istanza anche a chi, come gli Usa, sperano in una ridefinizione a loro favorevole degli equilibri e delle tensioni regionali.

L’Azerbaijan inizierà a fornire gas alla Siria via Turchia ma è al contempo uno dei maggiori acquirenti di armi israeliane e non potrebbe permettersi questa contraddizione. La sensazione è che Baku voglia, sostenuta da Ankara, cristallizzare i nuovi equilibri e creare una situazione favorevole a comporre il grande gioco mediorientale come patto di potere tra i maggiori attori coinvolti. E, en passant, sul breve periodo mostrare a chi come Iran e Russia ha avuto più da perdere dalla caduta di Assad che Ankara sta colmando alcuni vuoti politici. Un messaggio che va oltre il Medio Oriente, anche alla luce delle recenti tensioni tra Baku e Mosca e del recente conflitto dei dodici giorni tra Israele e Iran. Tra Medio Oriente e Caucaso molto è in ridefinizione. E tante strade portano, per ora, a Baku.

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