Il generale Michael “Erik” Kurilla, comandante di Centcom, parla chiaro: per gli Stati Uniti, quanto sta accadendo in Medio Oriente non è affatto un tema secondario per la propria sicurezza nazionale. E l’evoluzione dello scacchiere mediorientale non può indurre a dormire sonni tranquilli: Washington, a detta del comandante che vigila sull’intera regione tra Asia e Nord Africa, vede i suoi nemici rafforzarsi ogni giorno.
In audizione all’House Armed Services Committee, Kurilla ha evidenziato come le tre grandi minacce strategiche per gli Usa in Medio Oriente, Iran, Cina e Russia, non si siano affatto indebolite nel corso degli ultimi anni a vantaggio del blocco legato a Washington.
Per quanto riguarda Teheran, Kurilla in modo molto franco ha ammesso che “il progresso delle capacità militari iraniane negli ultimi 40 anni non ha eguali nella regione”, definendolo già solo il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche come “irriconoscibile rispetto a soli cinque anni fa”. Il comandante di Centcom ha poi ricordato come il programma dell’arricchimento dell’uranio nei siti della Repubblica islamica continui a ritmi che fanno prevedere che l’atomica sia ormai potenzialmente a un passo. Infine, la capacità del regime degli Ayatollah di rivolgersi alla Russia (e viceversa) ha creato una sinergia tra Mosca e Teheran visibile in modo molto chiaro già in Ucraina: asse che per Washington rappresenta un problema strutturale per l’agenda che riguarda l’intera regione mediorientale.
L’allarme risuona anche per l’ascesa della Cina nel panorama regionale. In audizione al comitato permanente della Camera dei Rappresentanti, il generale “Erik” si sofferma soprattutto sulla ramificazione della potenza asiatica grazie alle partnership e alla sua capacità di costituire una rete commerciale e diplomatica sempre più foriera di conseguenze politiche. L’esempio più recente è quanto accaduto tra Arabia Saudita e Iran, con la riapertura delle rappresentanze diplomatiche sponsorizzata e resa possibile proprio grazie al lavoro della diplomazia di Pechino.
Ma Kurilla ricorda nelle sue dichiarazioni come in Medio Oriente esista un problema fondamentale dato dal fatto che la stragrande maggioranza dei Paesi sotto l’ala protettiva di Centcom siano di fatto alleati o partner del Paese di Xi Jinping. “Più della metà di tutto il petrolio e più di un terzo di tutto il gas naturale importato dalla Cina è fornito da Paesi all’interno dell’area di responsabilità di Centcom” sottolinea il capo del comando Usa come scritto nella trascrizione. Non solo, Kurilla conferma anche l’idea del Pentagono e degli apparati di Washington sul fatto che “la Belt and Road Initiative rimane una leva strategica per soppiantare la leadership statunitense nella regione con il pretesto di iniziative economiche benevole e l’ampliamento delle relazioni di sicurezza”. Un tema su cui Kurilla lancia un altro avvertimento nei confronti della politica Usa per il Medio Oriente: “Dei 21 Paesi che compongono l’area di responsabilità del Centcom, 19 hanno accordi con la Cina riguardo la Belt and Road Initiative”, e cioè la nuova Via della Seta.
L’analisi sulla Cina va collegata a quanto pensato dagli strateghi statunitensi sulla competizione strategica con la Russia. Il motivo lo spiega lo stesso vertice di Centcom, poiché se è vero che non considera Mosca strategicamente e sistematicamente alla pari di Pechino (e lo si evince anche dal modo con cui viene descritta la minaccia rappresentata dalla Federazione russa) egli individua in Russia e Cina insieme come i “sostituti” dell’Unione sovietica nella sfida agli Stati Uniti nella regione. Sul Cremlino, Kurilla ricorda che “nonostante i recenti danni alla sua reputazione e alla sua influenza, la Russia continua alacremente su diversi fronti per preservare la sua influenza e il suo ingresso in Medio Oriente”. In questo, punto fondamentale la presenza dei militari russi in Siria.
Inoltre, da sottolineare anche la sinergia che si è consolidata tra Iran e Russia. Una partnership militare che, unita a quella tra Mosca e Pechino e tra quest’ultimo e Teheran rende l’idea di come Washington si trovi a dover gestire una sfida molto grande e con diverse sfaccettature, e, in un certo senso, a dover fare i conti anche con un fallimento strategico. Per almeno due decenni, gli Stati Uniti si sono impegnati in modo molto profondo e articolato per gestire il Medio Oriente e l’Asia centrale. Dalla guerra al Terrore fino all’ultima guerra in Siria, passando per i teatri afghano e iracheno e alle alleanze costruite nel corso del Novecento fino ai giorni nostri, la regione è sempre stata al centro dell’agenda di Washington. Eppure, nonostante l’evidente impegno Usa, le cose non sono andate come previsto, creando le premesse per un blocco asiatico (o al più eurasiatico) che di fatto rischia di scardinare la leadership americana. L’accettazione della Via della Seta e l’incapacità di avere bloccato la crescita militare dell’Iran sono allarmi da non sottovalutare per la strategia statunitense. Può sembrare un tentativo di Kurilla di aumentare l’attenzione sulla regione guidata da Centcom, ma in ogni caso sono segnali di come il Medio Oriente possa di nuovo essere la grande faglia su cui si giocano gli equilibri tra superpotenze.

