Vittoria per Israele. La Corte Penale Internazionale (Cpi) ha compiuto un passo senza precedenti: per la prima volta dalla sua istituzione, l’Assemblea degli Stati Parte ha votato la destituzione del procuratore capo Karim Khan, il magistrato britannico che aveva osato sfidare Israele e Stati Uniti chiedendo mandati di arresto per Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant. Motivo? Era stato accusato di molestie sessuali.
La decisione, arrivata al termine di una sessione speciale presso la sede delle Nazioni Unite a New York, ha visto 82 voti favorevoli su 125 Paesi membri, ben oltre la maggioranza assoluta di 63 voti necessaria. Una votazione a scrutinio segreto che, secondo il team legale di Khan, nasconderebbe ben altro che un semplice procedimento disciplinare.
L’assoluzione che non è servita a nulla
La vicenda giudiziaria di Karim Khan è un giallo giuridico. Nel marzo 2026, un panel di tre giudici indipendenti aveva esaminato il rapporto di 150 pagine dell’Ufficio per i Servizi di Controllo Interno delle Nazioni Unite (OIOS) e oltre 5.000 pagine di prove, giungendo a una conclusione unanime: «I fatti accertati dall’OIOS non stabiliscono alcuna cattiva condotta o violazione del dovere». Khan era stato prosciolto da ogni accusa.
Eppure, quattro mesi dopo, l’Assemblea degli Stati Parte ha deciso di ignorare quella sentenza. Tayab Ali, capo del team legale di Khan, ha denunciato una procedura «politica, proceduralmente ingiusta e incoerente con le conclusioni di organismi giudiziari indipendenti». Il procuratore, ha aggiunto Ali, «è stato rimosso con un voto esecutivo mentre era sotto sanzioni e mentre la Corte è sottoposta a immense pressioni politiche».
Le accuse
Le accuse di molestie sessuali erano emerse nel maggio 2024, in parallelo con la richiesta di mandati di arresto contro Netanyahu e Gallant per crimini di guerra a Gaza. Una coincidenza temporale che ha alimentato non pochi sospetti. La donna che lo ha denunciato, identificata solo come “Sarah”, ha raccontato alla Cnn di essere stata sottoposta a palpeggiamenti e contatti intimi mentre fingeva di dormire. Secondo i documenti citati da Reuters e Associated Press, l’organismo direttivo della Corte aveva riscontrato una «grave violazione dei doveri d’ufficio» e presunti tentativi di ostacolare la denuncia della collaboratrice. Khan ha sempre negato ogni addebito, descrivendo le accuse come un «complotto organizzato da Israele e Stati Uniti per screditarlo» dopo l’incriminazione di Netanyahu.
La vendetta di Washington
Il contesto in cui si inserisce la destituzione è altrettanto inquietante. Nel febbraio 2025, l’amministrazione Trump ha imposto sanzioni finanziarie e divieti di visto a Khan, ai suoi due vice-procuratori, a sei giudici della Cpi e alla relatrice speciale Onu sulla Palestina Francesca Albanese. Le sanzioni hanno avuto effetti devastanti: l’indirizzo email istituzionale di Khan è stato cancellato da Microsoft, i suoi conti nel Regno Unito sono stati congelati. Funzionari statunitensi della Corte sono stati avvertiti: se mettono piede negli Stati Uniti rischiano l’arresto.
Il giudice francese Nicolas Guillou, che ha partecipato all’emissione del mandato contro Netanyahu, si è ritrovato con carte di credito bloccate e impossibilitato a effettuare transazioni online. «È come tornare a un mondo pre-digitale”, ha dichiarato. «Se i giudici hanno paura di giudicare, non c’è più democrazia». L’umiliazione del diritto internazionale e degli organismi internazionali indipendenti.
Come riportano gli stessi media israeliani, Tel Aviv ha avuto un ruolo attivo nella rimozione del giudice. In tal senso, il giornalista israeliano Guy Azriel ha riferito, citando un alto funzionario israeliano, che il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar «avrebbe svolto un ruolo attivo nel promuovere tale esito». Secondo quanto riportato, Sa’ar avrebbe supervisionato un gruppo di lavoro dedicato e intensificato sforzi diplomatici mirati a favorire la sua destituzione, in un contesto già caratterizzato dalle tensioni tra Israele e la CPI dopo i mandati di arresto emessi nel 2024 contro Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant.
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