L’autonomia differenziata spaccherà l’Italia? L’approvazione in via definitiva del progetto di legge del governo Meloni favorevole all’apertura di trattative tra singole Regioni e Stato centrale per avocare competenze locali su un’ampia quantità di materie, può essere indubbiamente interpretata come una “secessione dei ricchi“, come denuncia da tempo Gianfranco Viesti, professore di Economia applicata presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Bari in prima fila nel criticare, da anni, la prospettiva di un’autonomia a geometria variabile. Ma non solo. C’è anche una prospettiva di minaccia “geopolitica” che può emergere dalla lettura del progetto di autonomia differenziata approvato dall’esecutivo su pressione della Lega.
In sostanza, sfarinare le competenze su temi di interesse strategico non solo nazionale ma anche internazionale tra molti enti locali dalla dubbia efficienza e capacità di coordinamento può indebolire il controllo dello Stato centrale sulla loro operatività. E dunque sulla proiezione internazionale del sistema-Paese. Si tratta di un argomento che è stato toccato raramente dai commentatori nostrani negli scorsi mesi.
Un articolo della rivista di geopolitica Limes di marzo denunciava il rischio della “fine dello Stato“, con le chiare conseguenze per la postura strategica dello Stato, ma ancora più esplicito era un approfondito articolo di Gabriele Catania per Gli Stati Generali risalente a gennaio che ben collegava le dinamiche internazionali a quelle del rinnovato localismo nostrano.
Un’Italia più debole in un mondo più caotico
“Nel XXI secolo l’Italia sarà chiamata ad affrontare enormi sfide climatiche, tecnologiche e demografiche, in uno scenario geopoliticamente più avverso, mitigato (se l’Unione Europea non si trasforma realmente in un attore geopolitico) solo dal perdurare, almeno sino al 2060, della probabile primazia degli Stati Uniti”, ragionava Catania. Aggiungendo che la maggioranza del governo Meloni stava aprendo la strada “a una riforma che rischia di conferire alle regioni competenze in ambiti strategici e palesemente nazionali come la produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia, il commercio con l’estero e i rapporti internazionali, i porti e gli aeroporti civili, le grandi reti di trasporto e di navigazione”.
Già oggi, laddove esista una sussidiarietà alle Regioni di molti progetti di sviluppo infrastrutturale, si è affermato un neocentralismo dei poteri locali che, lungi dall’ampliare la sussidiarietà, ha affermato un principio di decisionismo territoriale a scapito delle economie di scala e delle logiche di crescita comune del sistema-Paese. Valga per tutte la schermaglia, prolungata da anni, tra comune di Brescia e Regione Lombardia per la scelta dei progetti destinatari dei fondi volti a sviluppare la mobilità sostenibile attorno alla Leonessa d’Italia.
L’autonomia differenziata ritarda la capacità decisionale del Paese
Su queste grandi opere, con un’autonomia negoziata in forma concreta, “scomparirà innanzitutto la pianificazione nazionale, che oggi è resa possibile dal presidio centrale delle reti e dei servizi”, analizza il portale Carte in Regola. E non finisce qui: “Non sarà chiaro chi definirà e controllerà i criteri di sicurezza che i gestori delle reti e dei servizi dovranno seguire. A tale scopo sono oggi adibite istituzioni ed agenzie nazionali, che domani non avranno più titolo ad operare, quando le infrastrutture saranno devolute alle regioni”, creando un’Italia a macchia di leopardo su queste regole e decentralizzata. Infine, “il deficit competitivo che deriva dalla inefficienza logistica, oggi stimato pari a 40 miliardi di euro all’anno, troverà il modo di essere ulteriormente valorizzato”.
La conseguenza sarà il campanilismo esasperato delle rivalità politiche che produrrà doppioni per autorità portuali, reti di comunicazione e, altro tema strategico, infrastrutture energetiche.
Autonomia differenziata e sicurezza nazionale
Il Paese rischia così di devolvere alle sue periferie scelte vitali d’interesse nazionale: su quali investimenti concentrarsi per la connettività, lo sviluppo del sistema-Paese, gli approvvigionamenti energetici? Come far potenzialmente convivere un Nord Italia che sarà proiettato sempre più nella sfera geoeconomica tedesca e mitteleuropea e un Sud Italia che si affaccia sul Mediterraneo? Come organizzare uno Stato in cui la sicurezza nazionale e lo sviluppo economico vanno di pari passo e in cui, soprattutto, tutelare le arterie chiave per l’economia significa vigilare sul fronte fisico, economico, strategico e anche tecnologico? Come non prendere esempio da casi come quello della Catalogna, che mostrano gli eccessi di un localismo esasperato che si pensa, all’ultimo stadio, fattore geostrategico?
Ironia della sorte è la premier “patriota” Giorgia Meloni, la stessa che chiedeva di abolire le Regioni, a pagare alla Lega il tributo della legge che può colpire le fondamenta dello Stato.
Ogni discussione sull’autonomia regionale ampliata non potrà essere risolta semplicemente con la permanenza della possibilità di revoca da parte del governo per inadempienza delle facoltà concesse via trattativa alle Regioni che le chiederanno. Serve inserire nei fatti una clausola di supremazia statale che perimetri la concessione di poteri e facoltà qualora un superiore interesse di sicurezza nazionale lo imponga e eviti che siano devoluti a poteri locali i punti finali delle discussioni su progetti come il coordinamento dei commerci portuali, la costruzione di infrastrutture critiche per la mobilità commerciale e militare, la programmazione industriale e la logistica e gli approvvigionamenti critici in campo energetico quando il localismo danneggerebbe grandi piani e prospettive del Paese. Che non si può permettere ulteriore disunità.