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Alle prime luci dell’alba di martedì un’autobomba è esplosa in un posto di blocco militare nella nell’isola di Basilan, nel sud delle Filippine. L’ordigno ha provocato la morte di undici persone, tra cui cinque uomini delle truppe governative e un bambino di appena dieci anni. L’attentato è avvenuto nei pressi di una base militare a Lamina, quando un terrorista suicida ha fatto esplodere il furgone che stava guidando. Le autorità hanno subito puntano il dito contro  Abu Sayyaf, principale gruppo islamista della regione che ha giurato fedeltà all’Isis. Nella serata dello stesso giorno è poi è arrivata la rivendicazione da parte dello Stato islamico, che ha pubblicato l’immagine del terrorista marocchino Abu Kathir al-Maghrebi, indicandolo come l’uomo che avrebbe compiuto la strage.

L’esplosione di due giorni fa arriva a meno di una settimana dalla Bangsamoro Organic Law, una legge firmata dal presidente Rodrigo Duterte, che estende l’autonomia della regione a maggioranza musulmana nel sud. Considerata da molti la chiave per creare una pace duratura con i ribelli separatisti e contrastare l’ascesa dell’estremismo islamista nell’area, è stata frutto di numerosi colloqui di pace iniziati nel 2014 tra il governo e il Moro Islamic Liberation Front (Milf), la più grande guerriglia del Paese che ha combattuto per decenni contro Manila. E arriva pochi giorni dopo che il premier filippino ha ribadito la sua disponibilità a dialogare con Abu Sayyaf, per porre fine allo spargimento di sangue che, in quasi cinquant’anni, ha causato la morte di oltre 120mila persone e circa due milioni di sfollati. 

La strada per la pacificazione delle Filippine è tutta in salita

La speranza di Duterte è quella di fermare i gruppi radicali, anche grazie al Milf. Ma la strada è tutta in salita. Secondo i servizi segreti filippini, infatti, sono 23 i gruppi che hanno giurato fedeltà all’Isis. I più organizzati sarebbero Abu Sayyaf e il Bangsamoro islamic freedom fighters (Biff), quest’ultimo sempre più attivo. A luglio ha tentato – non riuscendoci – di occupare il municipio di Datu Paglas, nella provincia di Maguindanao. Le due organizzazioni sono in contatto tra loro e molti hanno legami di sangue. L’attacco di martedì non è altro che la continuazione di quello che questi gruppi avevano promesso dopo la caduta di Marawi, la città filippina assediata dai miliziani nel maggio 2017. Da tempo, infatti, parlavano di azioni del genere. Annunciando anche attentati in altre zone del Paese, incluse quelle turistiche. Non a caso negli ultimi mesi sono stati arrestati diversi jihadisti stranieri esperti di esplosivi.

Marawi è stata una vittoria simbolica per gli islamisti

Marawi non è stata una vera sconfitta per i miliziani locali legati allo Stato islamico. Anzi, potrebbe essere considerata una vittoria, almeno simbolica. Primo perché hanno tenuto una città sotto assedio per quasi cinque mesi. Secondo perché hanno fatto emergere le falle dell’intelligence e dell’esercito filippino, che non è addestrato a combattimenti urbani.

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Quando sono stato a Marawi, nell’agosto 2017, nel pieno della guerra, i jihadisti all’interno della città erano rimasti veramente pochi, ma nonostante i bombardamenti aerei e le azioni via terra, le truppe governative continuavano a non riuscire a riprendere il controllo dei quartieri rimasti nelle mani degli islamisti del Maute e di Abu Sayyaf.

Armati, addestrati e senza paura di morire

Questi gruppi, poi, grazie all’assedio della città, hanno acquistato popolarità tra i più giovani, molti dei quali si sono arruolati nelle loro fila. In ultimo, ma non per importanza, bisogna considerare anche che i miliziani dell’Isis fuggiti da Marawi hanno saccheggiato banche e abitazioni, portando con se una enorme quantità di denaro. Denaro che stanno usando per riorganizzarsi al meglio. I jihadisti sono ben armati ed addestrati e, soprattutto, come raccontatomi da Rolando Del Torchio – l’italiano rapito da Abu Sayyaf, liberato dopo sei lunghi mesi – “non hanno paura della morte” e, dunque, “sono pronti a tutto”.

“Tempi difficili”

Quando tre giorni fa ho contattato padre Sebastiano D’ambra, missionario del Pontificio istituto missioni estere (Pime), da quarant’anni nell’isola ribelle di Mindanao e profondo conoscitore delle logiche del Paese, per fargli qualche domanda sulla Bangsamoro Organic Law, mi ha detto che sarebbero stati “tempi difficili”. La bomba di martedì può essere vista come la prima risposta degli islamisti che si oppongono a qualsiasi trattativa di pace e che hanno come unico obiettivo quello di issare la bandiera nera in tutta la regione. Per questo, non è da escludere che possano anche provare un’altra azione in stile Marawi nel breve termine. 

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