Un ex delle forze speciali australiane, oggi a capo della commissione d’intelligence del governo di Canberra, avverte Israele: “Guardatevi dalla minaccia cinese“. Complice di questa preoccupazione, la vicenda oscura di un uomo di Pechino – una spia – che è misteriosamente morto dopo aver rivelato le intenzioni dell’intelligence cinese che stava “finanziando” la sua ascesa in politica.

Non è un segreto che la Cina, potenza in ascesa in Oriente come in Occidente, stia usando tutte le strategie possibili, e stia investendo miliardi di dollari per aumentare la sua influenza economica, politica e militare in tutto il globo. Nonostante la prudenza delle democrazie occidentali, e la contrapposizione degli Stati Uniti, Pechino è arrivata, con i suoi programmi economici e i suoi investimenti, a “colonizzare” importanti aree dell’Africa, e vendere o “acquisire” in molte parti dell’Europa, rivolgendo il suo interesse e portando le sue proposte anche in Medio Oriente. Dunque anche in Israele. Secondo quanto riportata dal sito israeliano Hareetz , che si è avvalso dell’opinione di Andrew Hastie, ex membro dello Special Air Service australiano (omologo del corpo d’élite britannico), sceso nel campo della politica ed eletto presidente della Commissione per l’intelligence e la sicurezza, Israele dovrebbe “guardarsi le spalle” da avere Pechino così vicina, e nel concederle appalti di rilievo che lambiscono siti d’importanza strategica per l’apparato di Difesa di Tel Aviv.

Da sempre detrattore di Pechino e antagonista della crescente influenza che la Repubblica popolare cinese vuole imporre nella regione del Pacifico – operando anche attraverso “interferenze nella politica e nell’economia” australiana, come in quelle e di altre nazioni occidentali -, il politico australiano a cui è stato recentemente negato il visto per presenziare nella capitale comunista date le sue critiche sulla politica cinese e sulle violazioni dei diritti umani perpetrate contro gli uiguri nella provincia dello Xinjiang, ha “allertato” Israele ai margini di una conferenza incentrata sulla strategia politica. Quella che viene definita “la minaccia cinese” deve essere necessariamente monitorata; a parer suo, Israele sta concedendo troppo spazio agli investimenti cinesi e nella concessione di appalti che riguardano il porto di Haifa – a pochissima distanza dalle basi che custodiscono i sottomarini con armamenti nucleari (si suppone); quella per la costruzione dei tunnel della metropolitana leggera di Tel Aviv – che si trovano a poche decine di metri dalla sede dello stato maggiore e dell’intelligence militare (l’Anam); e quella appena annunciata della costruzione della prima centrale elettrica privata.

L’avvertimento australiano

“Le agenzie di intelligence australiane ci hanno dimostrato come negli ultimi due anni l’Australia sia stata il bersaglio di livelli senza precedenti di spionaggio e interferenze straniere“, ha riportato il politico australiano. Motivo per il quale il suo Paese – membro della famosa rete d’intelligence occidentale nota come Five Eyes – ha vietata l’adesione alla tanto discussa rete ad alta velocità 5G, e ha monitorato con la massima attenzione gli investimenti esteri sul suolo patrio. “Si tratta di costruire la resilienza nel nostro sistema; gli stati autoritari usano la coercizione economica, la guerra politica, gli attacchi informatici e lo spionaggio per creare leva”, ha detto Andrew Hastie ai suoi interlocutori israeliani, invitandoli a seguire la linea del suo Paese: “I Paesi democratici devono adottare misure interne per proteggersi da queste minacce. L’Australia ha aperto la strada in questo senso.”

Sul fronte israeliano questa “preoccupazione” sembra iniziare a circolare nei corridoi della Knesset solo dopo gli ultimi moniti e dopo le ultime riflessioni: dato che il premier Benjamin Netanyahu ha aperto le porte alla Cina nell’ultimo decennio, permettendole di aumentare la sua presenza nell’economia israeliana, e di accedere come forza lavoro e portatrice di know-how in molte infrastrutture sensibili – apertura che sarebbe stata ripagata, secondo alcune voci, dal lavoro di spie e hacker cinesi che avrebbero sottratto segreti militari ai principali appaltatori della difesa israeliana con cui hanno avuto la possibilità di lavorare. Ora che questo monito è stato raccolto dall’intelligence australiana, ed è stato sommato ad altre “perplessità” riscontrate negli ultimi tempi, Israele sembra essersi accorta del rischio, e alcune settimane fa la Knesset (tutt’ora oggetto dell’impasse politico) ha deciso comunque di istituire “un comitato speciale guidato dal ministero delle finanze per riesaminare la politica di investimento estera”. Hastie ha elogiato la decisione commentando: “Meglio tardi che mai”.

La morte della “talpa” australiana

Intanto nella “Terra dei canguri” le autorità, ben più preoccupate nell’ingerenza cinese a causa della vicinanza regionale, continuato a indagare sulla misteriosa morte di Bo Zhao, un imprenditore rampante di origine cinese che è stato trovato morto nella sua stanza d’albergo di Melbourne. Mr. Zhao aveva mostrato delle forti ambizioni politiche, ma anche dietro questo “interesse” spassionato aleggiava lo spettro di Pechino. Secondo le rivelazioni dello stesso Zhao – che si era rivolto ai servizi segreti australiani – l’intelligence cinese lo aveva abbordato per reclutarlo segretamente e farlo eleggere in parlamento. Nei palazzi del potere di Canberra avrebbe dovuto fare la “spia” e riferire tutto a Pechino; in cambio avrebbe ricevuto un milione di dollari australiani. Dopo essersi rifiutato e aver rivelato tutto all’Asio (servizi segreti interni australiani) Pechino lo avrebbe accusato di tradimento, e nonostante sia ancora un’ipotesi, lo avrebbe in seguito eliminato. Un’atteggiamento senza dubbio poco affabile, che se confermato, non farebbe altro che mostrare come i vecchi regimi autoritari agiscano ancora in maniera molto differente rispetto alle nostre “nuove” democrazie occidentali.