L’attentato a Miguel Uribe Turbay, esponente di spicco del partito conservatore Centro Democratico e potenziale candidato alla presidenza, ha scosso la Colombia e il mondo, riportando alla memoria la lunga e tristemente nota storia di violenza del paese. Uribe, 39 anni, è stato colpito da tre proiettili, due alla testa e uno al ginocchio, durante un evento elettorale nel quartiere di Modelia, a Bogotà. Le sue condizioni sono critiche, con i medici che stanno lottando per salvarlo in un ospedale della capitale. Le autorità hanno arrestato un ragazzo di 15 anni trovato in possesso di un’arma da fuoco, ma sospettano che abbia agito per conto di mandanti ancora ignoti, alimentando speculazioni su motivazioni politiche o criminali.
Il governo del presidente Gustavo Petro ha condannato l’attentato come un attacco alla democrazia, mentre il Centro Democratico lo ha definito un tentativo di soffocare la libertà politica in vista delle elezioni presidenziali del 2026. La Colombia porta il peso di una lunga storia di violenza politica e criminale che ha segnato profondamente il suo tessuto sociale. L’assassinio del leader liberale Jorge Eliécer Gaitán nel 1948, un evento che scatenò il “Bogotazo”, uno degli eventi più devastanti a Bogotà, diede il via a “La Violencia”, un decennio di scontri tra liberali e conservatori che causò centinaia di migliaia di morti e sfollati, consolidando una cultura di conflitto armato. Anni dopo, il cartello di Pablo Escobar evidenziò l’influenza devastante del narcotraffico sulla vita politica del paese, con i cartelli che seminavano terrore per mantenere il controllo economico e politico. La stessa madre di Miguel Uribe Turbay, la giornalista Diana Turbay, fu uccisa dal cartello nel 1990.
L’attentato a Uribe si inserisce in un crescente clima di tensione e sfiducia nelle istituzioni, con il paese diviso tra le fazioni di sinistra, che sostengono le riforme sociali del presidente Petro, e la destra uribista, che promuove una linea dura contro la criminalità organizzata.
Un passato che non passa
L’attentato a Miguel Uribe non può essere compreso senza considerare l’eredità politica di Álvaro Uribe Vélez, ex presidente (2002-2010) e fondatore del Centro Democratico. Figura tanto influente quanto controversa, Álvaro Uribe è stato al centro di numerosi scandali legati a presunti legami con il narcotraffico e i gruppi paramilitari di destra. È stato incriminato per manipolazione di testimoni in un caso che lo vede contrapposto al senatore di sinistra Iván Cepeda, accusandolo di aver orchestrato testimonianze contro di lui. Inchieste giornalistiche hanno inoltre alimentato il dibattito pubblico, riportando alla luce episodi come il ritrovamento di un elicottero di proprietà del padre di Uribe durante un’operazione antidroga nel 1984, un evento che ha contribuito a costruire una narrazione di sospetti attorno alla sua figura. Il narcotraffico inoltre rimane una piaga endemica in Colombia.
Un recente sequestro di un “narco-sottomarino” carico di cocaina diretta in Australia, descritto dal presidente Petro come “il più grande sequestro di droga in transito nella storia del paese”, dimostra la capacità delle organizzazioni criminali di adattarsi, evolversi e prosperare. La pervasiva influenza del narcotraffico sulla politica colombiana è un fenomeno ben documentato che evidenzia come le reti criminali non solo alimentino la violenza ma si infiltrino nelle istituzioni e finanzino campagne elettorali per consolidare il loro potere.
Un esempio emblematico è il caso di Ernesto Samper durante la campagna presidenziale del 1994 quando il candidato del Partito Liberale fu accusato di aver ricevuto finanziamenti dal cartello di Cali. Il cosiddetto “Proceso 8000” rivelò attraverso indagini della Procura colombiana e documenti diplomatici americani che il cartello aveva versato somme ingenti per sostenere la sua elezione compromettendo gravemente la sua presidenza. Un altro caso rilevante è lo scandalo della parapolítica negli anni 2000 che ha coinvolto numerosi politici legati al partito di Álvaro Uribe accusati di aver collaborato con gruppi paramilitari finanziati dal narcotraffico per ottenere vantaggi elettorali nelle regioni rurali come riportato dal giornale El Espectador nel 2008. Famose sono anche le indagini sul cartello di Medellín negli anni 80 e 90, le quali hanno rivelato come Pablo Escobar abbia finanziato campagne politiche locali per garantirsi protezione e influenza.
Polarizzazione politica, fragilità istituzionale
L’elezione di Gustavo Petro nel 2022, primo presidente di sinistra nella storia della nazione, ha rappresentato una svolta epocale, rompendo l’egemonia di una destra conservatrice che per decenni ha dominato la scena politica, spesso incarnata dall’uribismo e dal suo leader, Álvaro Uribe Vélez. Tuttavia, il governo Petro fatica a consolidare il consenso in un contesto di aspettative elevate da parte della popolazione.
Le critiche più aspre si concentrano principalmente sulla gestione economica: con un tasso di povertà che affligge circa il 40% della popolazione e disuguaglianze sociali che rimangono acute, specialmente nelle aree rurali come il Cauca, il Chocó e la regione amazzonica, il governo deve affrontare un malcontento crescente. Queste zone, lontane dai centri di potere di Bogotà e Medellín, continuano a soffrire per l’assenza di infrastrutture, accesso limitato a servizi essenziali e una dipendenza economica da attività spesso legate al narcotraffico, come la coltivazione della coca.
Dall’altra parte ci sono le conseguenze degli accordi di pace siglati nel 2016 con le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC) hanno segnato un passo storico, ponendo fine a oltre mezzo secolo di conflitto armato con il gruppo guerrigliero più longevo del paese. Tuttavia, il processo di pacificazione è lungi dall’essere completato. Gruppi dissidenti delle FARC, che hanno rifiutato gli accordi o si sono riorganizzati, continuano a operare in Antioquia, Chocó e Cauca, finanziandosi attraverso il narcotraffico e l’estorsione. Allo stesso modo, l’Esercito di Liberazione Nazionale (ELN), mai smobilitato, mantiene una presenza significativa, così come bande criminali locali, spesso eredi di gruppi paramilitari minori smantellati negli anni 2000. Queste realtà, radicate in territori dove lo Stato fatica a esercitare un controllo effettivo, rappresentano un’opposizione costante alla politica di “pace totale” promossa da Petro, che cerca invano di negoziare con questi gruppi.
Il sindaco di Bogotà ha chiesto unità nazionale dopo l’attentato a Uribe, ma la retorica incendiaria di entrambe le fazioni politiche, combinata con la costante presenza di gruppi armati e criminali, rende difficile immaginare una riconciliazione a breve termine.

