Lo scenario migliore per la Cina contempla un Pakistan libero dal terrorismo islamico e un Afghanistan stabilizzato dopo i recenti tumulti che hanno scosso il Paese. Del resto, tanto Kabul quanto Islamabad rappresentano, agli occhi di Pechino, due attori fondamentali ai fini della Belt and Road Initiative (BRI). Il primo grazie al Corridoio Economico Cina-Pakistan, un progetto ideato per collegare lo Xinjiang cinese al porto di Gwadar, così da offrire uno sbocco sul mare (Mar Arabico) al Dragone. Il secondo, e cioè l’Afghanistan, potrebbe aggiungersi alla Nuova Via della Seta con il Corridoio di Wakhan, un sottile lembo di terra altamente strategico ai fini di ipotetici scambi commerciali sino-afghani.

Questo è il best case scenario, ma la realtà potrebbe essere ben diversa rispetto alle migliori aspettative cinesi. Già, perché a Kabul la situazione è caldissima e in continua evoluzione, con i talebani, vere e proprie schegge impazzite, al centro dei riflettori internazionali, mentre a Islamabad gli equilibri appaiono sempre più fragili. È vero che Cina e Pakistan sono alleati strategici, ma è altrettanto vero che da qualche mese sono spuntate alcune crepe su un rapporto che sembrava inossidabile.

Pesa moltissimo l’ingente debito accumulato da Islamabad nei confronti del gigante asiatico, visto che, secondo alcune stime, le passività pakistane dovute a progetti finanziati dalla Cina nell’ambito del suddetto Corridoio economico avrebbero superato i 31 miliardi di dollari. A complicare il quadro troviamo lo spettro del terrorismo islamico fomentato dal caos afghano, che potrebbe scuotere il Pakistan, e il ruolo silenzioso giocato dagli Stati Uniti. Stando ad alcune indiscrezioni, non confermate, i pakistani sarebbero infatti pronti a fornire basi militari alle forze statunitensi dopo il loro ritiro dallo scacchiere afghano.

Terroristi e attentati

Se la diplomazia cinese sta lavorando in silenzio per piantare semi in Afghanistan, Pechino è molto attenta anche a quanto sta accadendo in Pakistan. La Cina non può permettersi di “vincere” la partita diplomatica in Afghanistan e perderla a Islamabad, e il motivo lo abbiamo accennato poco fa: questi due Paesi sono, di fatto, complementari ai fini della BRI cinese. Integrare Kabul nella Nuova Via della Seta ma, al tempo stesso, perdere l’alleato pakistano, equivarrebbe a un mezzo flop. E però, in Pakistan, il Dragone deve fare i conti con almeno due nodi spinosissimi: lo spettro del terrorismo islamico e le proteste locali.

Partiamo con il terrorismo. Pochi giorni fa, nel sud-ovest del Pakistan, c’è stato l’ennesimo attentato suicida , non rivendicato, contro un veicolo che trasportava cittadini cinesi, i quali hanno riportato lievi ferite. Nel corso dell’attacco, “due bambini sono stati uccisi e tre feriti”, ha detto a Reuters Liaquat Shahwani, portavoce del governo del Belucistan, la più grande provincia del Pakistan politicamente divisa tra Iran, Afghanistan e, appunto, Pakistan. L’esplosione ha avuto luogo presso la East Bay Road, nella città portuale di Gwadar.

Ricordiamo che Gwadar, dove sorge il porto sul quale la Cina ha messo gli occhi, si trova nella provincia sudoccidentale del Belucistan, dove i militanti separatisti stanno da tempo conducendo un’insurrezione. L’ultimo attentato è avvenuto dopo l’attacco a un autobus, avvenuto all’inizio di agosto, nella provincia pakistana nordoccidentale di Khyber-Paktunkhwa, in cui 13 persone, tra cui nove lavoratori cinesi e due soldati pakistani, sono rimaste uccise. La destabilizzazione in corso in Afghanistan potrebbe dare nuova verve ai separatisti pakistani, riaccendendo così la miccia del terrorismo in una zona chiave della BRI cinese.

L’ombra delle proteste

Non bastassero gli attentati, con lo spauracchio Belucistan in prima fila, la Cina deve fronteggiare un’improvvisa scia di proteste che ha scosso l’area di Gwadar. Come ha raccontato il Guardian, nella città portuale sono scoppiate violente manifestazioni per denunciare la carenza di acqua ed elettricità. L’obiettivo dei dimostranti? I cinesi e, in particolare, la Nuova Via della Seta. Questa settimana pescatori e altri lavoratori pakistani locali hanno bloccato le strade di Gwadar, bruciato pneumatici, scandito slogan e, in parte, chiuso l’intera città. Le loro richieste: acqua, elettricità e lo stop ai pescherecci cinesi, accusati di pescare illegalmente nelle acque limitrofe e portare il bottino oltre la Muraglia.

Le autorità hanno represso i manifestanti, due dei quali sono rimasti feriti. Le proteste sono strettamente collegate agli attentati, con il Balochistan Liberation Army (BLA) particolarmente attivo nell’accusare i cinesi di sfruttare le risorse minerarie del Belucistan. In ogni caso, le proteste fanno parte di un crescente malcontento per la presenza cinese a Gwadar, il cui porto è parte integrante del Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC) e in cui Pechino ha investito miliardi di dollari nell’ambito di vari progetti infrastrutturali.

Islamabad ha ceduto il porto di Gwadar a una multinazionale sostenuta dalla Cina per un contratto di locazione di 40 anni. Il governo pakistano ha accettato l’investimento della Cina nella speranza che questo avrebbe contribuito a rilanciare l’economia in difficoltà del paese. Piccolo problema: il Belucistan è sede di una violenta insurrezione di lunga data, e la presenza cinese in loco è stata causa di molti disordini sociali e ha dato nuova linfa a gruppi ribelli locali. Da questo punto di vista, il caos afghano potrebbe complicare una situazione già delicatissima.