Per la prima volta un capo di Stato francese della Quinta Repubblica vede aprirsi nei suoi confronti un processo di messa in stato d’accusa. Potenzialmente in grado di condurre alla sua destituzione. E a conquistare il non invidiabile primato è Emmanuel Macron. Nella giornata odierna l’Ufficio dell’Assemblea Nazionale, l’organo che coordina le iniziative legislative del Parlamento francese, ha dato il via libera con una maggioranza di 12 voti favorevoli e 10 contrari al processo di destitution promosso da La France Insoumise.
Il partito di Jean-Luc Mélenchon aveva proposto un voto sulla possibilità di rendere ammissibile il dibattito in Parlamento. A votare a favore tutti i partiti del Nuovo Fronte Popolare, che seppur divisi sull’opportunità di votare o meno l’impeachment sono concordi nel ritenere dannoso nei loro confronti la scelta di Macron di rinunciare alla nomina di Lucie Castets, economista vicina al Partito Socialista, come premier indicata dalla coalizione più votata alle legislative a favore della scelta del repubblicano Michel Barnier, chiamato a guidare un esecutivo di centro capace di guardare a destra. Un “golpe di palazzo” secondo gli Insoumises, che ad agosto hanno minacciato Macron e ora sono passati ai fatti.
Macron dovrà ora affrontare un dibattito in Commissione Legislativa sulla spinta della decisione a riguardo del suo ex partito, quello socialista: “Contrari in sostanza al licenziamento, i socialisti vogliono che il dibattito si svolga in commissione. Le loro voci sono state cruciali all’interno dell’ufficio affinché il testo fosse ritenuto ammissibile”, ha scritto Liberation. Mai una procedura di impeachment aveva superato la prima fase dai tempi di Charles de Gaulle ad oggi. L’ultimo capo di Stato messo in stato d’accusa dal Parlamento in Francia fu Patrice de Mac-Mahon nel 1877, poi sfiduciato a inizio 1879 e costretto a dimettersi da presidente della Repubblica. Per sfiduciare il “monarca repubblicano” della Quinta Repubblica l’iter sarebbe molto lungo: voto favorevole in Commissione prima, maggioranza di due terzi sia all’Assemblea Nazionale che al Senato poi per dare ufficialità alla procedura di destitution. Sarà difficile portarla a compimento, chiaramente, con una quota di parlamentari di centro e centro-destra che sostiene Barnier e il Rassemblement National chiamato dentro il processo di decisione sul futuro del premier che ha tutto l’interesse a un sistema tenuto in bilico.
Si conferma però un dato di fatto: lo scadimento della fiducia istituzionale a cui Macron ha condotto l’istituzione presidenziale con una gestione da “uomo solo al comando”. La presidenza plasmata da De Gaulle non esiste più: il capo di Stato non è più l’anello di congiunzione tra gli antichi monarchi e il potere democratico espresso anche dall’Assemblea Nazionale, ma con Macron è diventato figura arroccata nell’Eliseo e capace di operare giochi di palazzo che hanno reso partigiana la sua figura istituzionale. Tanto da rendere possibile l’impensabile idea della messa in stato d’accusa, frutto di una gestione della crisi di governo in cui Macron ha rappresentato prima la sua parte politica, il centro liberale che guarda a destra, e solo dopo la Francia. Il Nfp non aveva diritto assoluto a governare, ma Macron ha finito per compattarlo esplicitando la volontà di usare l’Eliseo per spaccarlo tra moderati e radicali. L’avanzamento dell’impeachment è un colpo alle sue prerogative. Confermando quanto scritto da Mauro Indelicato dopo le legislative anticipate di luglio: per salvare sé stesso Macron ha sacrificato la Quinta Repubblica. Sarà difficile invertire la tendenza.
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