Il 14 settembre 2010, gli impianti petroliferi di Abqaiq e Khurais di proprietà della Saudi Aramco vennero colpiti da un sofisticato assalto missilistico, cui azione venne rivendicata dal gruppo separatista yemenita degli Houthi. A seguito dell’attacco, l’Arabia Saudita, in collaborazione con le Nazioni unite, iniziò ad indagare sull’accaduto per determinare i reali colpevoli dietro al sabotaggio degli impianti petroliferi sauditi. Come riportato dall’agenzia di stampa Reuters, gli investigatori sarebbero giunti recentemente alla conclusione che tale attacco non possa essere considerato di matrice yemenita, ritenendo la pista infondata nonostante le rivendicazioni avvenute a poche ore dalle esplosioni.

La pista iraniana

Secondo gli osservatori dell’Onu è più concreta la possibilità che dietro all’attacco ci sia la mano di Teheran. Nonostante l’Iran, per voce dell’ayatollah Ali Khamenei, abbia da subito sostenuto la propria estraneità, la traiettoria seguita dai missili suggerisce che essi provengano da nord, confutando la teoria che possano essere stati lanciati dai separatisti yemeniti. Inoltre, il grado di precisione con cui vennero colpiti gli stabilimenti rendono ancora più difficile la possibilità che i missili fossero guidati dagli Houthi, mentre rientrerebbero nelle capacità balistiche di Teheran, come riportato dagli osservatori internazionali.

Secondo alcune indiscrezioni raccolte dall’agenzia Reuters, l’ordine sarebbe stato impartito dalla stessa persona di Khamenei, alla condizione che nessun civile rimanesse ucciso nello svolgersi dell’attacco. Tuttavia, anche questa versione è stata con insistenza respinta dal governo iraniano, che ha ribadito ancora una volta la sua più totale estraneità alla vicenda. L’Arabia Saudita, per il momento, non ha ancora espresso la propria posizione, nell’attesa che le investigazioni congiunte con le Nazioni Unite volgano al compimento e facciano definitiva chiarezza sulla vicenda.

L’Onu non conferma né smentisce

Il rapporto stilato dalle Nazioni unite non giunge però a puntare il dito contro Teheran, anche a causa della mancanze delle prove chiave che incastrerebbero la massima dirigenza iraniana. Tuttavia, l’assenza di altre Nazioni interessate a danneggiare in quel modo la produzione petrolifera dell’Arabia Saudita e che al tempo stesso abbiano gli strumenti per attuare un attacco balistico lasciano intendere come l’Iran rimanga l’unico vero sospettato. L’esito della ricerca rimane ad oggi ancora parziale, con gli investigatori impegnati nel proseguimento delle indagini.

In questi giorno travagliati che seguono l’uccisione di Qassem Soleimani ed il contrattacco iraniano alle basi militari degli Stati Uniti in Iraq il rapporto dell’Onu non fa che gettare ulteriore benzina sul fuoco. L’Arabia Saudita ha infatti già espresso il proprio supporto a Washington, nonostante sia contraria ad un’escalation ulteriore di tensioni in Medio Oriente. Tuttavia, lo sbalzo del prezzo del petrolio degli ultimi giorni non ha fatto che giovare alla penisola arabica ed alla società petrolifera Saudi Aramco- Questo fattore potrebbe spingere il governo di Riad ad indagare più a fondo sull’accaduto, nella speranza di trovare qualche implicazione di Teheran che porterebbe facilmente a nuovi aumenti del prezzo al barile del greggio; condizione tutt’altro che sfavorevole alle mire economiche di Riad.