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Il nuovo Primo ministro britannico Boris Johnson si troverà di fronte una lunga serie di dossier ereditati dai governi precedenti su cui esercitare la sua discrezione decisionale, che orienteranno sul lungo periodo la postura internazionale di Londra. Specie se, costi quel che costi, la Brexit si perfezionerà il 31 ottobre prossimo Johnson, nel 2016 tra i principali fautori del referendum sull’uscita dall’Unione Europea, potrebbe trovarsi nella stimolante e complicata posizione di leader governante il Paese nella più delicata transizione del secondo dopoguerra. Dovendo ricalibrare la postura globale di Londra e inseguendo la nuova proiezione della “Global Britain” da tempo invocata.

Il principale cavallo su cui intendono puntare i decisori strategici britannici sono gli Stati Uniti. Johnson mira a costruire con Trump una rinnovata relazione speciale dopo gli screzi tra il presidente e Theresa May, superando una fase di difficoltà nei rapporti transatlantici e rivitalizzando la postura geopolitica di Londra come seconda colonna della Nato.

Dall’Iran alla Russia, la postura del governo Johnson appare destinata a inserirsi nel solco dei desiderata statunitensi. Vi è però un dossier su cui Trump e Johnson dovranno trovare una quadra: quello dei rapporti tra Regno Unito e Cina. Johnson non appare destinato a ribaltare, in tal senso, la politica di May e, prima, David Cameron, tra le poche strategie ad avere consenso trasversale nell’universo conservatore: la Gran Bretagna mira a bilanciare il suo sostegno politico alle operazioni statunitensi di libertà di navigazione e a favorire la critica a Pechino sul fronte dei diritti umani senza, tuttavia, abdicare ai vantaggi economici della relazione con Pechino.

Londra ha bisogno di business in vista della Brexit, e il legame con la Cina è in tal senso fondamentale. Johnson si è recentemente definito “entusiasta” della Nuova Via della Seta a trazione cinese, e punta sulla City per attrarre capitali cinesi destinati in Europa. Sicuramente, sottolinea The Diplomat, “avrà in mente anche l’export britannico in Cina. Un rapporto del Parlamento britannico di febbraio segnala che nel 2017 il Regno Unito ha importato beni e servizi per 45,2 miliardi di sterline dalla Cina e esportato per 22,3 miliardi, incassando un deficit di 22,9 miliardi di sterline nonostante un surplus nel settore dei servizi”.

Il settore del 5G potrebbe dare dei grattacapi ai rapporti Usa-Regno Unito. “La questione 5G”, sottolineava Limes nel recente numero dedicato al Regno Unito, “rappresenta un esempio magistrale della natura delle divergenze” emerse di recente tra i due Paesi. Mentre la Casa Bianca e gli apparati Usa ritengono il 5G di Huawei una minaccia alla sicurezza nazionale da bandire tout court, il Regno Unito “riconosce che le componenti fabbricate in Cina possano rappresentare una minaccia” ma al tempo stesso “ritiene che si tratti di una minaccia gestibile”. In un documento pubblicato a marzo, il Centro nazionale per la sicurezza cibernetica (Ncsc) ha stabilito che la strategia di attenuazione adottata dal Regno Unito rappresenta il modo migliore per affrontare la minaccia di un’infiltrazione di intelligence cinese nella rete dati britannica. Londra preferisce il dividendo commerciale degli investimenti cinesi alle priorità imperiali degli Usa, che mirano a controllare le nuove reti di comunicazione, e assieme a Francia, Germania e Italia ha affondato le manovre di Trump per imporre a Huawei un cordone sanitario. Johnson come si comporterà su questo campo? Nel 5G, più che in ogni altro ambito, si misureranno la portata della scelta atlantica del nuovo governo conservatore e le ambizioni autonome di Londra, che sino ad ora ha concordato una road map per l’ingresso controllato di tecnologie Huawei nelle sue Tlc.

Il primo ministro si trova dunque a dover gestire, sul fronte cinese, un dossier spinoso. Ove confliggono interessi contrastanti e le visioni imperiali di due nazioni con cui Londra può avere una relazione articolata ma che non potrà più tornare ad essere paritaria. E forse questa sarà la più grande sfida dell’ex sindaco di Londra: traghettare il Regno Unito in uscita dall’Unione Europea verso la presa di consapevolezza e la scoperta del suo nuovo peso negli scenari mondiali. Sicuramente non paragonabile a quello di Stati Uniti e Cina.

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