A sentire il ministro della Salute tedesco, Jens Spahn, la decisione della Germania di sospendere il vaccino di AstraZeneca e Università di Oxford è stata “fattuale”, “non politica” e presa “per pura cautela”. Tutto sarebbe partito da una raccomandazione del Paul Ehrlich Institute in merito ad alcune segnalazioni di trombosi venose presumibilmente collegate alla somministrazione del vaccino AZD1222.

Anche se i numeri erano bassissimi – in quelle ore si parlava di 7 casi (3 decessi) su 1.6 milioni di vaccinazioni effettive – il governo tedesco ha deciso di sospendere AstraZeneca, influenzando, di fatto, le Cancellerie di mezza Europa. Nel giro di qualche giorno, l’allarme sul vaccino realizzato dall’azienda anglo-svedese è rientrato come se niente fosse accaduto. L’Ema, l’Agenzia europea del farmaco – colta di sorpresa da un’iniziativa a quanto pare partita dalla Germania – ha sostanzialmente confermato il suo semaforo verde.

Ogni Paese membro dell’Ue ha tuttavia deciso di muoversi in maniera del tutto autonoma, tra chi ha scelto di riprendere regolarmente le iniezioni dell’AstraZeneca (Italia), chi ha posto qualche limite d’età (Francia, solo agli over 55) e chi ancora non intende saperne nulla (Finlandia). Com’era prevedibile, insomma, il caso AstraZeneca è rientrato con la stessa rapidità con cui era stato sollevato. Il problema, adesso, è che l’immagine di quel vaccino sarà danneggiata per sempre.

Una mossa commerciale?

Nonostante il verdetto dell’Ema, infatti, la sensazione è che buona parte dell’opinione pubblica mostrerà una certa diffidenza nei confronti dell’AZD1222, considerandolo quasi un vaccino di “serie B”. Sorge il dubbio che dietro alla sospensione del prodotto di AstraZeneca possa esserci una motivazione commerciale. In particolare, una narrazione che sta prendendo piede – non confermata né ufficialmente confermabile – prende di mira la Germania, accusata di essere entrata a gamba tesa sull’azienda anglo-svedese per difendere i propri interessi economici e geopolitici. Siamo nell’alveo delle ipotesi, certo, ma gli indizi a conferma di questa tesi iniziano a farsi piuttosto consistenti. Scendendo nel dettaglio, troviamo tre possibili aspetti che meritano di essere approfonditi e analizzati nella loro interezza.

Tra prove e indizi

Sarà soltanto una coincidenza ma, togliendo di mezzo AstraZeneca, l’intera Unione europea sarebbe stata costretta ad affidarsi alla concorrenza dell’azienda anglo-svedese. Considerando le case farmaceutiche fin qui autorizzate dall’Ema, il grosso degli ordini sarebbe potuto ricadere sul vaccino realizzato da Pfizer e BioNTech. Quest’ultima, società tedesca partner del colosso statunitense nella corsa al vaccino, è nota per occuparsi di biotecnologia nonché di sviluppo e produzione di immunoterapie.

È vero che Pfizer si sarebbe accollata tutti i rischi mettendo sul tavolo una cifra compresa tra 1 e 2 miliardi di dollari in ricerca e sviluppo. Ma è pur vero, secondo quanto riportato da Bloomberg, che a settembre BioNTech avrebbe ricevuto un finanziamento dal valore di 375 milioni di euro da Berlino. Detto in altre parole, il governo tedesco sarebbe l’unico ad aver investito soldi pubblici per il vaccino Pfizer-Biontech. Altra curiosità degna di nota: pare che Curevac, altra azienda tedesca attiva nel campo della farmaceutica, stia scaldando i motori per lanciare il proprio prodotto anti Covid. Un vaccino, questo, 100% made in Germany.

Terzo e ultimo aspetto da considerare. Angela Merkel sta mostrando segnali di apertura sempre più evidenti nei confronti del vaccino russo Sputnik, a conferma di un possibile riavvicinamento “vaccinale” tra Germania e Russia da estendere anche in altri campi. Insomma, AstraZeneca, con il suo costo irrisorio di circa 2.80 euro a dose, potrebbe – il condizionale è quanto mai doveroso – aver creato diversi problemi a qualcuno.