Il caso della “Asso 28”, la nave di supporto a una piattaforma petrolifera dell’Eni che ha riportato in Libia 108 migranti soccorsi mentre erano in difficoltà su un barcone, andrà certo chiarito.

L’accusa  è che il “respingimento” sia avvenuto su indicazione della Guardia Costiera italiana, il che costituirebbe una violazione delle convenzioni e dei trattati internazionali (soprattutto la Convenzione sulla ricerca e salvataggio in mare del 1979), che prevedono il trasbordo dei migranti  in un “porto sicuro” e l’esame, in quella sede e solo in quella sede, del loro eventuale diritto a ottenere una forma di protezione  internazionale.

Il Governo ribatte che tutto è avvenuto, invece, sotto l’autorità della Guardia Costiera libica, che di quella zona Sar (Search and Rescue, Ricerca e Salvataggio) si è assunta la responsabilità, quindi al riparo da qualunque violazione. Vedremo.Ma l’azione della “Asso 28” è interessante perché ha portato allo scoperto una lunga serie di contraddizioni a cui, pare, nessuno riesce a dare una coerente risposta.

Intanto: il vero problema, a dispetto di tanta retorica imperante, non è salvare chi rischia di annegare. Questo già avviene ed è sempre avvenuto, soprattutto a opera di mezzi della marina militare. Il vero problema è decidere che si deve fare dei migranti dopo che sono stati salvati.

Secondo: la “Asso 28” ha fatto quanto alla “Vos Thalassa”, altra nave appoggio di piattaforme petrolifere, era stato impedito di fare, il 9 luglio scorso, da una sorta di ammutinamento dei migranti. Ora, se il capitano della nave è obbligato a prestare soccorso ai migranti in mare (Convenzione del 1989 sul soccorso in mare) ed è vietato riportare i naufraghi in un luogo non sicuro, i due arrestati della “Vos Thalassa” dovrebbero essere subito rilasciati e, addirittura, paradossalmente ma non troppo, essere decorati per aver impedito una violazione del diritto internazionale.

E, sempre per paradosso, tutto ciò adombra una situazione in cui il capitano di una nave è obbligato a soccorrere i migranti in mare, ma poi è anche obbligato a portarli dove loro vogliono andare. Prima ancora, ovviamente, che si possa accertare se detti migranti abbiano o meno diritto di andare dove vogliono andare. Anzi, con il divieto di provare ad accertarlo prima che i migranti stessi siano arrivati nel famoso “porto sicuro” da loro stessi prescelto.

Al di là della filosofia, però, il caso della Libia è degno di essere studiato per gli aspetti pratici. Dopo la folle guerra scatenata da Francia e Regno Unito nel 2011 per eliminare, con l’appoggio degli Usa, il colonnello Gheddafi, il Paese è tornato ad avere un Governo solo nel 2015, quando Fayez al-Sarraj è stato nominato primo ministro del Governo
di unità nazionale sotto l’egida dell’Onu.Abbiamo detto Onu, e infatti l’autorità di Al-Sarraj e del suo Governo è l’unica internazionalmente riconosciuta, dalla Lega Araba come dall’Unione Europea e da quasi tutte le più grandi nazioni.

La Ue, peraltro, è anche quella che ha stabilito che la Libia, per i migranti, non è un “porto sicuro” come lo sono, invece, Tunisia, Malta e Italia. Il che provoca una serie di riflessioni. I migranti che si muovono verso Nord dall’interno dell’Africa arrivano in Libia non per caso ma in base a un progetto razionale e seguendo rotte precise.

La Libia, insomma, non è una trappola ma una meta. Chi arriva sulle coste mediterranee della Libia dal Mali (distanza Bamako-Tripoli, 5600 chilometri), dal Senegal (Dakar-Tripoli, 5400 chilometri), dalla Nigeria (3200 chilometri) o dall’Etiopia (8.400 chilometri), ha già fatto un viaggio lunghissimo.

Le distanze riportate sono indicative ma in ogni caso si parla di migliaia di chilometri percorsi con mezzi di fortuna,
in condizioni durissime, tra violenze di ogni genere, braccati da predoni, schiavisti e sfruttatori. Nessuno sa quanti migranti muoiano ogni anno sulle rotte di terra, probabilmente più di quanti ne muoiano in mare. Tutta la preoccupazione, però, si appunta su ciò che di brutto può loro succedere (e, come dicono molti testimoni, in effetti succede) in Libia che è forse uno dei posti meno indecenti tra quelli attraversati dalla loro odissea.

La seconda domanda è questa: se la Libia non solo non è un “porto sicuro” ma, al contrario, è un luogo dove i migranti vengono sfruttati e torturati, perché la comunità internazionale e la Ue in particolare non agiscono contro Al-Sarraj, che sarebbe il primo responsabile della situazione?

La risposta più comune, della delle Ong e degli attivisti, è che Al-Sarraj non conta un fico e non può garantire nulla a nessuno. Lo si dice. Ma i Governi e gli uomini politici fanno proprio il contrario: nell’ultimo anno Al-Sarraj ha partecipato a incontri ufficiali con i capi di Stato e di Governo di Italia, Francia e Spagna, ha interloquito con la Nato, è stato ricevuto da Donald Trump alla Casa Bianca, ha ricevuto la Mogherini (Alto rappresentante Ue per le politiche internazionali e di difesa). Con tutti ha parlato di terrorismo, petrolio, gas, strategie internazionali, e ovviamente anche di migranti.

Su qualunque argomento Al-Sarraj è trattato come un interlocutore valido e affidabile, un capo di Governo che può firmare contratti e garantire alleanze, tranne che sui migranti. La Libia di Al-Sarraj, per quanto limitata sia, va bene per tutto, ma quando si viene ai migranti è uno Stato canaglia. Ha senso?

La regolazione dei flussi migratori, che non sono un’emergenza ma un problema strutturale del mondo globalizzato, può venire solo dalla collaborazione dell’Europa con Paesi come la Libia che, da tale relazione, ovviamente non cieca e gratuita ma condizionata al rispetto di precise condizioni, possono trarre un impulso decisivo a migliorare il proprio assetto istituzionale e a evolvere verso un maggiore rispetto dei diritti umani e civili. Se invece pensiamo che la risposta stia nel moltiplicare il numero di navi delle Ong siamo, nel migliore dei casi, degli illusi.

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