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Politica

Assist miliardario per Trump: il Ceo di Blackstone lo sostiene per la Casa Bianca

Otto anni dopo, Donald Trump è tornato al punto di partenza. Cioè all’entusiastica fase della campagna elettorale in cui veleggia con serie prospettive di accesso alla Casa Bianca e conquista importanti sostegni. Di recente, il Ceo di Blackstone, gigante del...

Otto anni dopo, Donald Trump è tornato al punto di partenza. Cioè all’entusiastica fase della campagna elettorale in cui veleggia con serie prospettive di accesso alla Casa Bianca e conquista importanti sostegni. Di recente, il Ceo di Blackstone, gigante del private equity americano, Steve Schwarzman, ha annunciato che voterà per Trump contro Joe Biden alle elezioni di novembre.

L’endorsement è di quelli che pesano: Schwarzman aveva sostenuto Trump contro Hillary Clinton nel 2016 ma si era distanziato nettamente dal presidente dopo il disastro seguito al voto del 2020, quando The Donald aveva promosso più volte indimostrate e mendaci accuse contro Biden riguardo un presunto furto delle elezioni vinte dai democratici.

Steve Schwarzman

Schwarzman ha comunicato ad Axios la sua scelta indicando in un motivo puramente politico la sua decisione, dichiarandosi scontento del “crescente antisemitismo” che pervade gli Usa e di cui, implicitamente, i democratici sarebbero complici. Curiosa giustificazione, se si pensa che sulla proiezione americana del disastro in atto a Gaza le critiche a Biden sembrano piuttosto essere quelle di segno opposto, riguardanti l’ignavia della Casa Bianca con Benjamin Netanyahu e Israele.

In ogni caso, al di là di ogni retorica, Schwarzman sostiene Trump. E lo fa, di fatto, pensando a una sua futura agenda presidenziale. Che immagina essere nella direzione di quella condotta tra il 2017 e il 2021: apertamente e dichiaratamente a favore di Wall Street, del potere finanziario e delle sue ramificazioni.

L’élite di Wall Street ha brindato alle politiche di un presidente presentatosi nel 2016 di fronte a un’America “profonda” come riscattatore di lavoratori dell’industria, colletti blu e forgotten men che potevano uscire dai romanzi di John Steinbeck o dalle canzoni di Bruce Springsteen. In particolare, prima del Covid-19, gli economisti Gabriel Zucman e Emmanuel Saez dell’Università di Berkeley nel volume The triumph on injustice hanno ricordato come nell’era Trump si sia prodotta, complice una fase di denaro a costo basso, uno dei più grandi trasferimenti di ricchezza all’1% più ricco della popolazione della storia americana.

Significativa la riforma fiscale del 2017, promossa da Trump e votata dal Partito Repubblicano alla Camera e al Senato, con la quale è crollata dal 35 al 21% l’aliquota sui redditi d’impresa ed è entrato in vigore un coriaceo scudo fiscale sui profitti generati all’estero e rimpatriati dalla grande impresa Usa. In sostanza, gli Schwarzman hanno pagato un’imposta effettiva inferiore a quella dei lavoratori dipendenti della classe media Usa. E ora dopo le elezioni la previsione è che un Trump-bis torni a essere “good for business“. Il 2020 e Capitol Hill? Dimenticati, un retaggio del passato.

E non finisce qui. “Trump sta anche trovando un nuovo sostegno da parte dei leader dei settori tecnologico e finanziario”, ricorda Politico. E “anche altri miliardari, tra cui il dirigente petrolifero e del gas naturale Harold Hamm, l’investitore di Wall Street Nelson Peltz e il magnate alberghiero Robert Bigelow stanno sostenendo l’ex presidente dopo aver precedentemente rilasciato dichiarazioni di condanna delle sue azioni all’indomani della rivolta del 6 gennaio 2021 al Campidoglio”. C’è un’America del grande business che su Trump vuole puntare con forza. E si aspetta ritorni politici importanti. Una volta di più, i grandi donatori sostengono un presidente i cui elettori-tipo saranno molto diversi in termini di aspettative politiche e priorità. E in caso di ritorno alla Casa Bianca The Donald si troverà probabilmente a dover scegliere a quale dei due gruppi andare, prioritariamente, incontro.

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