La Russia avrebbe pagato ingenti somme di denaro ai miliziani afghani per uccidere i soldati americani. La notizia da qualche giorno circola con insistenza tra le testate internazionali e arriva in uno dei momenti più delicati della presidenza Trump. Fiaccato dal coronavirus – dilagante nel Paese -, dalla conseguente crisi economica e da una furia sociale che sta dilaniando l’America, ora il presidente Donald Trump si trova a dover fronteggiare quella che potenzialmente potrebbe essere una delle più delicate e spinose questioni bilaterali con la Russia della sua amministrazione. E non è un affare di poco conto per un presidente che da quando è stato eletto ha avuto tra i suoi pilastri quello dell’inclusione di Mosca nel dialogo internazionale – soprattutto in chiave anti cinese – e che è stato più volte accusato (con scarsi risultati) di avere legami con Vladimir Putin dai tempi della sua corsa alla Casa Bianca.

La situazione ora per Trump si fa seria. L’inchiesta del New York Times rivela uno scenario inquietante e, anche se la stessa intelligence americana non conferma quanto trapela dalle fonti del quotidiano, il rischio di una vera e propria bomba piazzata metaforicamente sotto la Casa Bianca è in agguato. E le reazioni da parte di Washington dimostrano che non è tutto chiaro: nemmeno dalle parti dello staff presidenziale. Che adesso deve capire esattamente come comportarsi per riuscire a respingere l’offensiva mediatica, uscirne possibilmente indenne e soprattutto evitare che questa inchiesta colpisca la politica estera del presidente.

Attualmente le informazioni in possesso del New York Times tratteggiano un quadro a tinte fosche. Ed è inevitabile che sia il Pentagono che il Congresso chiedano delle delucidazioni ai servizi segreti. Ciò che sta trapelando in questi giorni è l’immagine non solo di un fallimento totale della strategia Usa in Afghanistan, ma anche di un preciso colpo politico assestato a una amministrazione che ha fatto il possibile per riparare ai danni inferti alla relazioni russo-americane dalla presidenza di Barack Obama. Il quotidiano newyorchese continua ad asserire che le prove sono inconfutabili, non ultimo il tracciamento di alcuni ingenti somme di denaro trasferite da un conto corrente bancario legato all’intelligence russa verso un conto legato ai talebani e che sarebbero stati delle vere e proprie ricompense per la morte di soldati Usa. I funzionari afghani legati al governo di Kabul avrebbero poi confermato le tesi dell’indagine del Nyt attraverso una serie di racconti che, incrociati con i dati in possesso dei servizi americani e dei giornalisti, confermerebbero i sospetti sulla Russia. Infine, le affermazioni della Casa Bianca sull’estraneità di Trump a queste informazioni sarebbero state smentite dagli stessi funzionari coinvolti nella vicenda, i quali anzi avrebbero addirittura detto che a febbraio il presidente era già stato ampiamente informato di questi report sulle presunte trattative tra Russia e fronte talebano.

Naturalmente l’inchiesta è in corso, ma quello che conta è la tempistica e la reazione della Casa Bianca. La prima non può certamente non definirsi sospetta. L’amministrazione americana non è solo in crisi interna ma sta anche trattando con Mosca su diversi fronti. C’è un nuovo trattato Start da firmare, c’è una Cina da contenere e che secondo il governo Usa può essere fermata anche grazie alla Russia – cui non a caso è stato rivolto l’invito a partecipare al summit del G-7 allargato – e soprattutto c’è l’idea che Stati Uniti e Federazione possano dialogare su diversi fronti bollenti, dalla Siria alla Libia fino al nodo Iran mai risolto dalla Casa Bianca. Il tutto con la questione afghana che per Trump ha certamente priorità, dal momento che la fine delle “endless wars” è un suo cavallo di battaglia che, per adesso, è rimasto uno slogan elettorale.

Ma a proposito di elezioni, è proprio dal fronte interno che il presidente Usa deve guardarsi bene, perché è chiaro che qualcosa non torna se l’intelligence fa uscire, anche attraverso il New York Times, una notizia così clamorosa che, se confermata, porterebbe le lancette dell’orologio indietro di parecchi anni nei rapporti con il Cremlino. Le reazioni della Casa Bianca hanno dimostrato ben poca coerenza rispetto alle notizie uscite dall’inchiesta. Prima da Washington hanno affermato che il presidente ne fosse completamente all’oscuro. Poi è arrivata invece la dichiarazione della portavoce, Kayleigh McEnany, che ha confermato che il commander in chief “è stato informato su quello che è ora purtroppo di pubblico dominio per colpa del New York Times“. Insomma, si è passati dalla negazione alla conferma delle  taglie offerte dagli 007 russi ai talebani per uccidere soldati americani. Una conferma non di poco conto che poi è stata edulcorata dalla stessa McEnany con un corollario che ha più il sapore di una troppa: “Ciò non toglie che non vi sia consenso su queste informazioni di intelligence che devono ancora venire verificate”.

Nel frattempo l’opposizione incalza Trump. E per Joe Biden e il resto della truppa non poteva esserci notizia più ghiotta visto che, con la conclusione del tutto negativa del Russiagate, si pensava che il filone russo fosse quasi scomparso dai radar della lotta per la Casa Bianca. Invece il Cremlino ritorna e questa volta il problema è trasversale: il sangue dei soldati, su cui l’America da sempre riesce a trovare una compattezza granitica da destra a sinistra. Biden cavalca l’onda di protesta e chiede che Trump parli e spieghi che legami ha con Mosca, mentre la potente leader dei Democratici al Congresso, Nancy Pelosi, ha chiesto direttamente ai direttori dell’intelligence di informare il parlamento di ciò che sanno sulle taglie in favore dei talebani. Intanto la Cnn, nelle stesse ore, ha fatto uscire anche le telefonate scomode del presidente nei confronti dei leader mondiali. Un caso? Difficile da credere. Con l’assedio interno e l’isolamento internazionale, l’impressione che è che per Trump si preparino quattro mesi di inferno prima delle elezioni.