La guerra civile siriana è stata una delle principali faglie geopolitiche del decennio in corso e, oltre a vedere coinvolte sul campo le principali potenze globali, ha contribuito a riscrivere gli equilibri di potenza e le alleanze del Medio Oriente. 

Tra i principali avversari del governo di Damasco di Bashar al Assad si sono sempre esposte in prima fila le monarchie sunnite del Golfo Persico, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, che hanno inondato con centinaia di milioni di dollari di finanziamenti i gruppi armati ribelli che hanno contribuito poi a formare il sedicente Stato Islamico e hanno contribuito a isolare de facto Damasco nella regione, sospendendola dalla Lega Araba (di cui era membro fondatore) e rompendo le relazioni diplomatiche.

Sette, lunghi anni di guerra civile hanno prodotto una situazione in cui Assad, complice l’intervento russo e il sostegno sul campo delle forze iraniane guidate da Qasem Soleimani e delle milizie libanesi di Hezbollah, ha potuto mantenersi al potere e resistere agli assalti della variegata costellazione di milizie rivali e gruppi jihadisti.

Piaccia o no, la permanenza al potere di Assad e il mantenimento di un ruolo nel futuro del Paese da parte del governo di Damasco è un dato di fatto con cui anche i suoi più acerrimi nemici devono fare i conti. E pare che di questo si siano resi conto tanto le due petromonarchie quanto il resto delle nazioni arabe che negli scorsi anni hanno contribuito a isolare nella regione Damasco. L’ennesima, grande novità della regione potrebbe dunque essere rappresentata dalla restaurazione di normali rapporti diplomatici tra la Siria e i suoi attuali antagonisti.

Lo stato attuale delle relazioni tra la Siria di Assad e i Paesi arabi

Attualmente, l’unica nazione araba che mantiene normali canali diplomatici con Damasco è l’Oman, Paese tradizionalmente restio a sbilanciarsi in maniera eccessiva nel teatro regionale. Ambigua è la posizione del Kuwait, formalmente neutrale ma in passato sospettato di esser stato centrale di finanziamento della jihad, mentre Arabia Saudita, Emirati, Qatar ed Egitto si sono per anni mantenute saldamente sulla linea del rigore: nessuno spazio di trattativa con la Siria prima dell’addio di Assad. 

La riapertura del valico di Nasib tra la Giordania e la Siria ha offerto il primo spiraglio di dialogo. Del resto, i Paesi gravitanti attorno all’Arabia Saudita hanno due importanti motivazioni geopolitiche che spingono a un appeasement con Damasco: alla contrapposizione strategica prima ancora che religiosa con la “Mezzaluna sciita” dominata dall’Iran si aggiunge infatti quella tra il blocco filo-saudita e il duo Qatar-Turchia, tra il wahabismo di Riyadh e la Fratellanza Musulmana.

Gli Emirati pronti a fare la prima mossa?

Come scrive l’Ispi, “nulla è stato ancora confermato sui canali ufficiali”, ma è dato per imminente l’annuncio della “riapertura dell’Ambasciata degli Emirati a Damasco, chiusa dopo lo scoppio delle proteste e la sanguinosa repressione del regime. La notizia è stata poi ripresa da diversi account social considerati da tempo “voci informali” del regime (due esempi sono questo e questo), usate per diramare messaggi e commenti che per varie ragioni non si desidera far passare dai canali ufficiali”.

Gli emirati di Dubai e Abu Dhabi sarebbero in prima linea nello sponsorizzare una nuova politica siriana in seno al governo del Paese: “L’accordo sarebbe finalizzato a normalizzare le relazioni fra i due Paesi e avrebbe visto il coinvolgimento, per ora solo indiretto, anche dell’Arabia Saudita, la quale sarebbe propensa ad aderire al piano nei prossimi mesi. La cornice di tale riavvicinamento geopolitico sarebbe una nuova alleanza contro la Fratellanza Musulmana internazionale”, incardinata come detto sull’asse Doha-Ankara e divenuta di recente il principale sponsor dell’opposizione siriana, occupando anche territori nel nord del Paese.

Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti potrebbero, in futuro giocare un ruolo nella ricostruzione della Siria e usare, dunque, importanti motivazioni economiche per accattivarsi Assad e spingerlo a dialogare puntando sul fatto che, Cina a parte, la Siria necessita ancora di trovare investitori capaci di sostenere l’onere della rinascita del Paese.

Scavare un solco tra Assad e l’Iran

Certo, sarebbe a dir poco paradossale pensare al fatto che i capitali del Golfo, dopo aver fluito senza sosta per contribuire alla destabilizzazione della Siria attraverso l’operato dei gruppi anti-Assad, possano risultare decisivi per rimettere in piedi un Paese, ma la geopolitica, molto spesso, sa essere una disciplina cinica. Assad ha vinto la guerra sul campo, ma si trova costretto a dover, in futuro, vincere la pace: come riporta l’International Policy Digest, la Siria ha perso in 7 anni il 75% del suo Pil ed è completamente martoriata.

Difficilmente lo status quo attuale, se mantenuto, potrà aiutare Damasco a rimettersi in cammino e a procacciarsi le risorse finanziarie di cui ha disperatamente bisogno. In una fase che vede l’impegno militare iraniano in Siria e il ruolo degli Hezbollah declinare mano a mano che Damasco utilizza nelle operazioni una quota crescente di personale nazionale l’occasione potrebbe essere propizia, per Assad, per riequilibrare i rapporti politici con Teheran e non limitare la Siria al ruolo di protettorato di Teheran e parte della sua cintura di sicurezza.

Contribuendo a mettere fine a un conflitto che ormai l’opposizione che un tempo sostenevano non può più vincere, i sauditi e i loro alleati beneficerebbero di una Siria utile come spina nel fianco alla Turchia, alleata del Qatar, e al tempo stesso capace di bilanciarsi tra loro e Teheran. 

La partita è molto complessa sotto il profilo geopolitico, ma la strategia delle potenze del Golfo è, dal loro punto di vista, comprensibile. Esse vogliono evitare di uscire con le ossa rotte dalla partita siriana. Vi è, in questa manovra, una grande dose di ipocrisia. Ma le relazioni internazionali, si sa, vivono anche grazie ad essa.