L’aria che si respirava lo scorso dicembre a Damasco era di assoluta tranquillità. I new jersey sparsi negli snodi centrali della città per evitare attacchi terroristici erano e sono ancora necessari. Le macchine zigzavano per dirigersi verso il centro e i militari controllavano con una precisione maniacale ogni automobile. Gli errori non erano ammessi. C’era in ballo la vita non solo dei militari stessi, ma anche quella di tutti i civili che passeggiavano per le strade. Oggi, a quasi un anno dalla mia visita a Damasco, ritrovo gli stessi new jersey per fermare i terroristi nelle principali vie di Milano, Roma e Torino. Con un po’ di ipocrisia, quando i jihadisti 

Lo scorso dicembre a Damasco si pensava che la guerra sarebbe finita entro la primavera. Una previsione un po’ troppo ottimistica, ma rivelatrice di un fatto: Bashar al Assad stava vincendo la guerra in Siria. Lo dimostra il fatto che lo scorso luglio la banca centrale siriana ha annunciato che verrà messa in circolazione una nuova banconota da 2mila lire raffigurante il volto di Bashar, che andrà così a sostituire quello del padre, Hafez. Il presidente siriano sa di essere diventato un simbolo per tutto il Paese: “Io sono un simbolo. Se va via un simbolo crolla tutto”. E questa strategia sembra reggere, se è vero che quasi 603mila cittadini siriani, per l’84% sfollati interni, sono tornati ai loro luoghi d’origine tra gennaio e luglio 2017. Il loro ritorno in patria è stato reso possibile – secondo quanto fa sapere l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni – grazie al miglioramento delle condizioni economiche e di sicurezza della Siria. In pratica, grazie alla liberazione dei territori controllati dalle bandiere nere dello Stato islamico e dai ribelli. La presenza dei terroristi in Siria, infatti, si è notevolmente ridotta. Secondo quanto ha fatto sapere ieri il generale Igor Korobov, in Siria ci sarebbero più di 15mila jihadisti legati a Jabhat al Nusra, concentrati principalmente nella zona di Idlib, e 9mila terroristi dell’Isis che si trovano “nella parte centrale del Paese e nelle aree orientali della repubblica che confinano con l’Iraq, soprattutto lungo il fiume Eufrate”.

“La Siria resterà unita”

Un prete armeno, originario della Siria, una volta mi disse: “Prima della rivoluzione, non si poteva chiedere a una persona a che religione appartenesse. E non perché fosse scortese, ma perché era proibito”. Questo era il Paese mediorientale prima del conflitto. Una fetta di terra in cui uomini di fedi diverse riuscivano a vivere assieme senza odiarsi. Le rivolte del 2011 hanno provato a cancellare questo modo di vivere. Arabia Saudita, Qatar e Emirati hanno inviato in Siria migliaia di terroristi che, assieme alla morte, hanno sparso a piene mani anche il germe dell’integralismo islamico. Nel frattempo i curdi, che hanno visto la barbarie delle bandiere nere, hanno imbracciato il fucile per difendersi e per rilanciare quel loro antico sogno di un Kurdistan indipendente. Ora la Siria si rischia di essere frammentata, divisa in zone di influenza. O, meglio, rischiava di finire così fino a poco tempo fa. 

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A livello diplomatico, Mosca e Damasco hanno fatto moltissimo. Proprio qualche giorno fa, il segretario di Stato americano Rex Tillerson ha fatto sapere di essere disposto a lavorare con la Russia per una “Siria unita”. Una apertura non da poco se si tiene presente che Usa e Arabia Saudita hanno appena chiesto alle opposizioni di riconoscere il ruolo di Assad nel futuro della Siria. Il presidente siriano – e questo è il messaggio che viene da Washington e Riyad- è ormai intoccabile. La stampella russa e sciita (Iran e Hezbollah) è stata fondamentale per tenere in piedi non solo il presidente siriano, ma anche il sistema-Paese.

“Ricostruiremo il Paese da soli”

Ieri Bashar Al Assad si trovava a Tartous, sulle coste del Mediterraneo, per seguire i progressi di un nuovo progetto per rilanciare l’economia del Paese. Da qui il presidente siriano ha detto: “Mani straniere non hanno mai costruito nulla in Siria, né nella storia antica e né in quella moderna. Noi abbiamo le potenzialità per ricostruire la nazione”. Il messaggio è chiaro e sviluppa quanto anticipato la settimana scorsa alla Fiera internazionale di Damasco: “Lasciatemi essere chiaro. Non ci sarà cooperazione sulla sicurezza, né la riapertura di ambasciate o anche un ruolo per quei Paesi che dicono di voler un ruolo dopo la fine del conflitto prima che interrompano in modo chiaro e franco i loro rapporti con il terrorismo. Solo in quel momento, forse, potremo parlare di apertura di ambasciate”. Il futuro della Siria lo potranno decidere solamente i siriani. E nel loro futuro ci sarà sicuramente Bashar Al Assad.

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