Bashar al Assad alleato di Israele? Perché no. No, non è un esercizio di immaginazione. Ma un paradosso che potrebbe presto diventare realtà, in questa inestricabile  guerra di Siria. Perché le cose cambiano, continuamente, e l’equilibrio del sud della Siria sta per essere definitamente travolto dall’ultima grande offensiva dell’esercito di Damasco.

Andiamo con ordine. Israele ha avuto sempre un obiettivo nel conflitto siriano: spezzare la mezzaluna sciita. In pratica, il nemico non era la Siria in quanto tale, ma l’Iran, che è sempre stato il vero bersaglio di Tel Aviv. La strategia israeliana, pertanto, non era tanto quella di  far cadere Damasco, ma che l’Iran non avesse più un alleato. O al limite trasformare la Siria in un pantano.

Ma questi piani israeliani non avevano fatto i conti con quella che poi è diventata la realtà: e cioè che Assad la guerra la sta vincendo. Con il supporto iraniano, della galassia sciita, ma soprattutto della Russia, Assad non solo ha riconquistato larga parte della Siria, ma si appresta anche a liberare le ultime sacche di ribelli a Daraa e Quneitra. Più a sud c’è lo Stato ebraico.

La riconquista da parte dell’esercito siriano è chiaramente una sconfitta strategica da parte di Israele. È chiaro che riavere le forze armate di Damasco al suo confine non era il sogno di Benjamin Netanyahu, che dall’inizio della guerra ha sostenuto i ribelli della parte meridionale della Siria e si ritrova invece “il nemico alle porte” e i ribelli in procinto di cadere. Ma Israele sa anche che da questa sconfitta, può trarne una vittoria.

La vittoria consiste nell’allontanamento delle truppe iraniane. Perché se è vero che Israele può colpire le forze dell’Iran autolegittimandosi con la presenza di una minaccia esistenziale al nord del suo territorio, la stessa cosa non può farla con Assad. Come può Israele pretendere le forze armate siriane non riconquistino il proprio territorio? Sarebbe una richiesta assurda che non potrebbe essere accolta neanche dall’interlocutore privilegiati di quel blocco: la Russia.

Ed ecco quindi la possibile svolta nei piani di Israele. Non colpire la Siria, purché la presenza siriana eviti la contemporanea presenza di truppe iraniane e di Hezbollah. Ecco la tattica di Israele. Ed è un’idea che la Russia sta in qualche modo avallando se non addirittura contribuendo a rendere concreta. Netanyahu vuole allontanare le truppe iraniane dalla Siria? Allora, deve permettere alle forze di Assad di riprendere il controllo del Sud.

Assad, in questo momento, ha una carta fondamentale da giocarsi. I ribelli stanno scomparendo o cedendo le armi. Gli Stati Uniti hanno abbandonato le sacche di Daraa e la Russia sta già iniziando a martellare le roccaforti ribelli. L’avanzata di Damasco sembra ineluttabile. E Israele non può fermarla. A meno di tragici errori tattici da parte delle forze armate siriane, come un’avanzata verso il Golan occupato da Israele. Questa situazione fornisce al leader siriano la quasi garanzia di vincere. E lui può farlo insieme alla Russia, escludendo l’Iran ed Hezbollah dall’assalto sul fronte meridionale.

Del resto Israele ha sempre chiesto questo: che le forze iraniane e le milizie sciite rimanessero lontane dal confine. Netanyahu ha chiesto un completo ritiro da tutto il territorio della Siria. Ma già non avere queste forze né al confine né nella fascia di 50 chilometri al di là della linea del fronte, è una realtà che i vertici della Difesa israeliana apprezzerebbero. Pertanto, tra i due mali, ecco il male minore: la Siria riprendere il controllo, ma l’Iran ed Hezbollah devono rimanere lontani dalle operazioni.

Il nodo dei drusi

Ma non c’è solo l’Iran al centro della strategia israeliana. Tra le linee rosse imposte da Israele all’inizio della guerra in Siria, c’era anche la protezione della popolazione drusa del Golan. Questa comunità è da sempre sotto l’ala protettrice di Israele, ed è confermato dal fatto che è stata sempre esclusa dal conflitto. I ribelli conquistavano le località limitrofe senza minacciarli. L’esercito siriano non reagiva alla mancata risposta dei drusi alla leva obbligatoria. Sarebbero considerati disertori, ma Assad ha sempre chiuso un occhio.

Le cose però stanno cambiando. Assad avanza e i ribelli stanno perdendo. E negli ultimi giorni, due razzi hanno colpito la città di Sweida, a maggioranza drusa. E adesso Israele si ritrova di fronte a un dilemma: come salvare i drusi?

Assad, anche in questo caso, ha una carta molto importante. E a giocarla è stata la Russia, che, secondo Haaretz, ha inviato due generali a parlare con le autorità locali di Sweida. L’esercito siriano è disposto a tutelare la città e a non considerarla ostile, ma vuole che i drusi si uniscano alle sue forze. In caso contrario, la Russia e la Siria considereranno la città come ribelle, quindi possibile oggetto di bombardamenti.

Israele difficilmente potrebbe intervenire militarmente contro la Russia e contro la Siria per difendere una comunità all’interno di un Paese nemico. Anche a livello politico, l’opinione pubblica potrebbe non accettarlo. Ed esistono poi molti contatti fra i drusi e il governo siriano, in particolare per le città al confine con il Golan occupato.

In questo caso, Israele, consapevole dell’ineluttabile vittoria di Assad al sud e convinto dalla fine dei ribelli – fonti locali parlano di centinaia di miliziani che si sono consegnati all’esercito – potrebbe accettare questa soluzione per evitare che i drusi finiscano nel conflitto. Una volta garantito sull’assenza di Hezbollah e di forze iraniane, lo Stato ebraico potrebbe ottenere il massimo risultato ormai raggiungibile.

Articolo di Lorenzo Vita