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Non è ufficialmente, almeno per il ruolo ricoperto, l’uomo più potente del Pakistan. Eppure, quando Islamabad deve decidere se e come rispondere militarmente ai talebani, in che modo imbastire i negoziati di pace con l’Afghanistan, fino a che punto rispondere agli strike aerei dell’India, quali armi acquistare dalla Cina e persino cosa dire a Donald Trump, in prima fila non c’è il primo ministro Shehbaz Sharif ma Asim Munir.

Munir, che di mestiere fa il capo dell’esercito del Pakistan, è l’artefice invisibile della nuova rinascita del suo Paese. È infatti riuscito a costruire un equilibrio nazionale quasi perfetto tra le correnti e le fazioni politiche contrapposte che avevano sempre creato instabilità, ma soprattutto ha avuto l’intelligenza di offrire al governo di Sharif la possibilità di mostrare al mondo intero il volto più istituzionale del potere pakistano. Tenendo per sé, in ogni caso, l’ultima parola, o almeno un parere più che rilevante, sulle questioni che contano.

Non è un caso che Munir abbia visitato gli Stati Uniti due volte e che, in una di queste trasferte, abbia incontrato alla Casa Bianca Trump in persona per consolidare la partnership anti terrorismo tra Islamabad e Washington. Il tutto mentre i rapporti tra gli Usa e l’India, acerrima rivale del Pakistan, sono sempre più freddi e distanti a causa dei dazi statunitensi sul Made in India.

Il ruolo di Munir

I tempi di Imran Khan, del vuoto istituzionale e delle rivolte sembrerebbe essere terminato. Il Pakistan, oggi, ha una doppia leadership di ferro: Sharif è, come detto, il primo ministro e volto istituzionale della nazione, mentre Munir rappresenta il cervello, il coraggio, l’astuzia di un Paese che intende ritagliarsi un posto in prima fila nel mondo multipolare che sta emergendo dal vecchio ordine globale.

Non è un caso che, nel corso degli ultimi due anni, in politica estera Islamabad abbia forse centrato più successi degli ultimi venti: dalle nuove armi acquistate dalla Cina agli eccellenti rapporti con gli Stati Uniti, dai flirt con la Russia al fresco accordo nucleare con l’Arabia Saudita, agli incontri con le alte sfere iraniane.

Gran parte del merito non è di Sharif ma di Munir, diventato capo dell’esercito pakistano alla fine del 2022, quando il Paese era in piena crisi politica, prossimo al default, travolto dai debiti e sempre più ai margini della scena mondiale. Impossibile ignorare un simile momento di gloria.

E infatti, lo scorso 18 ottobre, Munir è salito sul palco dell’Accademia militare pakistana, in una valle circondata da montagne alte 2.500 metri, per festeggiare il Pakistan che “ha gradualmente ma inesorabilmente iniziato a riconquistare il suo legittimo posto nella comunità delle nazioni”.

Una figura necessaria

In questa particolare fase politica il Pakistan ha evidentemente bisogno di una figura come quella di Munir. Le sfide interne, tuttavia, non mancano affatto per questo tosto militare pakistano che sostiene di aver imparato a memoria il Corano (a partire dal rischio di una rivolta popolare come quelle accadute in Nepal e Indonesia).

L’uomo forte di Islamabad è un ibrido tra Mohammed Bin Salman, il principe ereditario saudita che ha saputo farsi strada tra rivali e oppositori salvo poi introdurre un programma riformatore per l’Arabia Saudita, e Park Chung Hee, dittatore militare della Corea del Sud dal 1961 al 1979 che supervisionò radicali riforme economiche che consentirono a Seoul di trasformarsi in una Tigre Asiatica. I suoi rivali lo considerano invece soltanto un dittatore militare in pectore, senza alcun alone riformista.

Munir ha sicuramente talento politico da vendere, è furbo ma, soprattutto, sta dimostrando di sapersi muoversi alla perfezione in un sistema, quello pakistano, caratterizzato da un radicato capitalismo clientelare e afflitto da due conflitti irrisolti ai suoi confini (India e Afghanistan).

Nel frattempo, le principali strade del Paese sono ricoperte di cartelloni pubblicitari con immagini di Trump, Munir e Sharif. Le didascalie sono emblematiche: “Uniti per il Pakistan. Rispettati dal mondo” oppure “il Pakistan si distingue per la sua leadership”.

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