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L’Asia centrale si trova al centro di quella che Sir Halford Mackinder, il padre fondatore della geopolitica, aveva definito l'”area pivotale” dell’Eurasia, ovvero il “cuore della Terra” (Heartland). Ricorrendo al supporto dell’evidenza storica e all’intuito predittivo del pioniere, Mackinder aveva capito perché gli imperi russo e britannico, fra la seconda metà dell’Ottocento e il primo quarto del Novecento, avessero combattuto per estendere i propri domini su quelle terre impervie e abitate da popoli indomabili corrispondenti agli attuali -stan dell’Asia centrale postsovietica: dalla loro egemonizzazione dipende il destino dell’intera realtà eurafrasiatica.

“Chi controlla il cuore della Terra comanda l’Isola-Mondo: chi controlla l’Isola-Mondo comanda il mondo”; in questa asserzione, tanto semplice quanto concisa, Mackinder sarebbe riuscito a condensare e illustrare ai suoi contemporanei e a noi, la posterità, la verità sull’Asia centrale, una regione che, alla luce della rilevanza geostrategica posseduta, è in grado di impattare in maniera profonda e incisiva sugli equilibri mondiali.

L’Eurasia è il polmone del pianeta, e l’Asia centrale ne è il cuore, questo è il motivo per cui, dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, ogni potenza guidata da aspirazioni egemoniche regionali e/o continentali ha tentato di piantare la propria bandiera in uno o più –stan, dando progressivamente vita ad una riedizione del Grande Gioco in chiave multipolare. Contrariamente al passato, infatti, non si tratta più di una rivalità egemonica russo-britannica ma di una competizione partecipata da una moltitudine di giocatori: le petromonarchie del golfo in chiave anti-iraniana, la Turchia in conformità alla propria agenda estera panturca, la Cina perché la Nuova Via della Seta è irrealizzabile senza il Turkestan, il Giappone per limitare l’influenza della precedente, e gli Stati Uniti in funzione antirussa e anticinese.

Nel cuore della Terra ci sono spazio, risorse e opportunità per chiunque, perciò possono coesistere in maniera simultanea dei progetti contrastanti come Nuova Via della Seta, Unione Economica Eurasiatica e Consiglio Turco, e la competizione tra piccole e grandi potenze, per quanto vasta, continua a rientrare nei parametri della sostenibilità.

Alla luce dei punti di cui sopra, ed avendo in disponibilità una serie di risorse e strumenti estremamente attraenti, l‘Italia potrebbe scoprire di avere le carte in regola per giocare un ruolo di primo piano negli –stan e dovrebbe prendere atto della loro importanza determinante nel perseguimento di uno scopo maggiore: recuperare lo storico e prestigioso ruolo di ponte fra Ovest ed Est, fra Europa e Asia, più che mai fondamentale nell’era della “terza guerra mondiale a pezzi” e della progressiva ri-polarizzazione del mondo in blocchi antagonisticamente contrapposti.

L’impegno dell’Italia

L’Italia è uno di quegli attori delle relazioni internazionali rientranti all’interno della categoria delle cosiddette “potenze umanitarie”. Il potere duro non è il mezzo perché l’imperialismo non è il fine, perciò Roma ha sviluppato una tradizione diplomatica coerente con il proprio credo e basata sul leveraggio di potere morbido – o sobrio.

La strategia italiana, collaudata con successo nello spazio ex coloniale, in varie parti del Sud globale e persino nell’Unione Sovietica, ambisce a costruire sfere di influenza in stati-chiave per la sicurezza nazionale, primariamente dal punto di vista energetico, attraverso strumenti quali cultura, energia, circolazione della conoscenza, umanitarismo e cooperazione allo sviluppo.

Suscritto modello sta venendo applicato in Asia centrale e con risultati positivi. L’evento spartiacque è stato rappresentato dalla Conferenza Italia–Asia Centrale, organizzata a Roma da Farnesina e Ispi il 13 dicembre 2019, e alla quale hanno partecipato i ministri degli esteri di Kazakistan, Uzbekistan, Tagikistan, Turkmenistan e Kirghizistan. Il convegno, “primo del genere ad essere organizzato da un Paese membro dell’Ue nei confronti dei Paesi dell’Asia Centrale nel loro insieme“, era stato allestito allo scopo di discutere l’ampliamento della collaborazione tra Roma e gli –stan, anche alla luce di un interscambio in costante aumento, e ha gettato le basi per un maggiore impegno italiano nell’area.

Le regioni stanno giocando un ruolo-chiave nel processo di espansione dell’Italia in Asia centrale, come evidenziato dagli accordi della Sicilia per la promozione del Made in Italy in Kazakistan, che sta venendo supportato da ogni entità utile allo scopo istituti di cultura, imprenditoria privata, Camera di Commercio, Confindustria, centri studi e dall’organizzazione di piattaforme di incontro e dialogo, come ad esempio il business forum Italia-Uzbekistan.

Infografica di Alberto Bellotto

Cosa può dare l’Italia all’Asia centrale?

Di recente, gli –stan più lungimiranti hanno avviato dei processi di modernizzazione con l’obiettivo di trasformarsi da spettatori a teatranti del Grande Gioco 2.0; e questo è vero soprattutto per Tashkent e Nur-Sultan. Le opportunità per l’Italia sono molteplici: sbocco del Made in Italy in un mercato di consumatori in progressiva espansione, bacino manifatturiero vasto ed attraente per eventuali delocalizzazioni produttive, clima di investimenti in costante miglioramento, possibilità di rilevare imprese, diversificazione energetica, interi settori da conquistare poiché necessitanti di competenze in possesso dei Paesi avanzati.

L’Italia, essendo un faro in settori come trasporti, edilizia, infrastrutture ed energia, potrebbe soddisfare i numerosi e più importanti appetiti degli –stan, facendo leva sulle proprie competenze, universalmente riconosciute, per stringere accordi di natura vincente-vincente in un momento storico e particolarmente ricco di occasioni quale quello attuale.

Gli –stan hanno bisogno di strade, autostrade, ferrovie e infrastrutture con cui migliorare la loro interconnettività internazionale; e le grandi firme italiane hanno le risorse e gli strumenti per realizzarle. Gli –stan stanno lentamente incamminandosi nel percorso verso la transizione verde, con un interesse speciale per eolico e fotovoltaico, e l’ENI può e deve essere pronta a lasciare un’impronta profonda. Gli –stan, inoltre, sono quel punto unico in cui si incrociano le civiltà russa, turca, cinese, mongola e islamica, ed un attraversamento inevitabile, che non si può aggirare, lungo la strada dal Vecchio Continente all’Estremo Oriente. 

Essere pionieri

Ci sono settori che sono quasi o del tutto vergini, dove la competizione tra grandi potenze non è ancora arrivata, e nei quali l’Italia è chiamata a svolgere una missione pioneristica. Uno di questi è, ad esempio, il mondo del calcio. In Uzbekistan, dove la classe dirigente ha mostrato una forte passione per il pallone sin dall’indipendenza, negli anni recenti sono state istituite accademie di formazione con l’obiettivo di dar vita ad una generazione di calciatori che, in futuro, possa portare in alto la bandiera in eventi di alto livello come i Mondiali.

L’Italia è chiamata a sviluppare, istituzionalizzare e condurre con perseveranza una diplomazia dello sport a modo suo: non costruendo stadi come la Cina, ma formando future promesse del calcio nelle proprie accademie (aprendo corridoi e offrendo borse) e squadre (concentrando il mercato acquisti negli –stan) e inviando i propri allenatori in loco ad insegnare nelle scuole e a dirigere i club. La “diplomazia degli allenatori” potrebbe rivelarsi la chiave di volta per l’accesso al cuore del popolo uzbeko, come dimostra il caso mediatico montato attorno a Eldor Shomurodov, stella del Genoa e idolo dei nipoti di Tamerlano.

“La Cina costruisce gli stadi e l’Italia li riempie”; in questa massima è esplicata la natura della strategia che dovrebbe guidare i passi del nostro Paese in Asia centrale: non (soltanto) competizione con le altre potenze in settori di loro pertinenza, ma pionierismo in aree dove è altamente probabile che possano costruirsi monopoli durevoli e resistenti alla concorrenza in ragione dell’impossibilità di un confronto equo.

Il calcio non è l’unica area in cui l’Italia potrebbe costruire una posizione dominante ed impareggiabile, riducendo al tempo stesso il rischio di attrarre animosità perniciose da parte dei grandi protettori  Russia e Cina , perché praterie altrettanto incorrotte sono, ad esempio, l’energia eolica, la sanità, l’agricoltura sostenibile e il Made in Italy, che, lungi dall’equivalere a cibo e moda, è anche vetreria, rubinetteria, ceramica, ottima e gomma.

L’Italia può e deve formulare un’agenda per l’Asia centrale, prima che lo faccia un altro Paese europeo, perché per mezzo di essa le sarà possibile fungere da portavoce dell’Europa, trovare altrove ciò che è stato perduto nel periodo post-primorepubblicano a causa della ritirata dal Mediterraneo allargato, e creare degli avamposti potenzialmente utili nel dialogo con le grandi potenze, in primis Russia, Cina, Turchia e Stati Uniti.

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