Comprendere le cause del mutamento dello scenario politico greco dovuto alle recenti elezioni è possibile solo partendo da Atene.

Nella capitale più che altrove è presente, infatti, lo zoccolo duro dei delusi da Alexis Tsipras, di quelli che hanno votato in massa per Nea Demokratia, il partito di centrodestra guidato da Kyriakos Mitsotakis che in alcuni quartieri ha sfiorato addirittura il 46% dei consensi.

Ed Atene non è una capitale qualunque: il legame con il passato è tangibile, come l’Acropoli ci ricorda ad ogni sguardo. Ma basta poi percorrere una delle tante stradine meno centrali di questa metropoli caotica, sfigurata dalla cementificazione degli anni Cinquanta, per rendersi conto delle sue contraddizioni. Atene ha subito anni di speculazione edilizia, seguiti da investimenti in tempi relativamente recenti per migliorarne l’immagine. Fra i risultati più notevoli, l’ammodernamento della metropolitana, una delle più curate d’Europa sotto il profilo architettonico; basti pensare che alcune stazioni sembrano delle vere e proprie sale di museo archeologico. Uno straordinario restyling urbanistico non limitato alla capitale.

Tutto questo prima della crisi, crisi che è stata vissuta dai greci come acuita dalle imposizioni di un’Unione Europea nei confronti della quale Tsipras si è mostrato troppo arrendevole.

“La Grecia è stata la culla della civiltà occidentale. Sai che cosa diciamo qui? Se l’Europa ci pagasse per ogni termine che deriva dal greco antico, il nostro debito sarebbe estinto da tempo” commenta ironicamente Christina Karteri, università e laurea in Italia. Le chiediamo come si spiega l’avanzata del centrodestra alle recenti elezioni. Mi risponde che, secondo lei, non è tanto la politica economica proposta da Mitsotakis ad aver allettato gli elettori, quanto l’aver fatto appello a quello che definisce l’orgoglio greco”.

“L’orgoglio greco?”

“Certo. L’accordo di Prespa e la dissennata politica sull’immigrazione sono state mosse fatali a Syriza, la sinistra radicale guidata da Tsipras”. Il riferimento è all’annosa faccenda del nome della Macedonia, una disputa diplomatica che ai non greci appare incomprensibile.

Ma si è in errore se si ritiene di poter confinare la questione ad una mera disputa linguistica, perché il contenzioso tra i due paesi è soprattutto un conflitto di carattere identitario. Questo spiega perché, in vista dell’accordo voluto da Tsipras, lo scorso anno decine di migliaia di greci sono scesi in piazza a protestare contro il compromesso con il vicino stato balcanico.

Le spinte nazionalistiche registrate da tempo nel paese si devono anche ai rapporti storicamente tormentati con un altro scomodo vicino, la Turchia di Erdogan. Rapporti divenuti più tesi per la vexata quaestio della sovranità di Cipro, contesa tra turchi e greci sin dagli anni Settanta, ed ora al centro di interessi comuni per la scoperta di una nuova riserva di gas nel Mediterraneo orientale. Con la Turchia Atene è in profondo disaccordo anche su di un altro problema cruciale, la disciplina dei flussi migratori.

“Il governo di Tsipras ha fatto ben poco per risolvere i problemi dell’immigrazione, che sono diventati insostenibili dopo che la guerra in Siria ha scagliato ondate di profughi sulle nostre coste; un esodo favorito anche dalla connivenza turca” si sfoga Fotis Bouras, un insegnante che incontriamo a Monastiraki, il vivace quartiere della capitale ricco di monumenti e mercati.

In realtà, come hanno sottolineato Gemma Bird ed Amanda Russell della London School of Economics, la Grecia adotta delle politiche migratorie ambigue. Da un lato accoglie turisti ed investitori e incoraggia persino la possibilità di richiedere la cittadinanza ellenica – e quindi europea – registrando in Grecia le proprie società ed effettuando investimenti immobiliari di almeno 250.000 euro ( con il conseguente boom di passaporti facili concessi a persone di diverse nazionalità: ricchi russi, cinesi, ucraini e non solo). Dall’altro il paese “ospita” quasi 70.000 rifugiati e richiedenti asilo, 16.000 dei quali vivono confinati sulle isole, talvolta in condizioni precarie.

E così – intimoriti da un’immigrazione percepita come incontrollata, incalzati dallo spettro dell’austerity e insofferenti verso un’Unione europea vista come un’entità egemonizzata da finanzieri e burocrati incuranti delle esigenze del popolo greco – non sorprende che tantissimi elettori abbiano puntato politicamente sul centrodestra, che promette di voltar pagina e che governerà in piena autonomia, controllando 158 seggi sui 300 della camera unica del Parlamento ellenico.

“Negli ultimi decenni tutti i governi che si sono susseguiti in Grecia hanno alimentato la burocrazia ed un’amministrazione pubblica inefficiente per motivi clientelari, indipendentemente dall’orientamento politico,” osserva Nancy Katsikari, titolare del “Serbetospito”, un locale popolarissimo a Psiri, colorato rione di ristoranti e di botteghe. “Inoltre si sono scoraggiati in passato gli investimenti privati per l’eccessiva tassazione. Mitsotakis ha finalmente promesso la riduzione delle tasse ad imprese ed investitori” conclude ottimista.

In questi giorni di calura estiva si respira la speranza di cambiamento ad Atene, capitale di una nazione da sempre crocevia di culture, ma anche terra di pericolosi nazionalismi, instabile termometro politico dei Balcani.