Una forte esplosione in pieno centro a Beirut, una deflagrazione che ai libanesi più attenti e più anziani ha subito richiamato alla memoria agli anni bui della guerra civile, uno scenario da inferno in un paese che lentamente stava cercando una sua stabilità: è il 14 febbraio 2005 quando, mentre con la sua auto transita davanti l’Hotel Saint Georges, l’ex primo ministro libanese Rafiq Al Hariri è rimasto ucciso a causa di un attentato che ha sventrato l’asfalto e che ha fatto tremare vistosamente l’animo più profondo di una delle più importanti metropoli mediorientali. Da quel momento, la storia del Libano e della famiglia Hariri è destinata a cambiare per sempre: in piazza si scatena quella che, all’epoca, è stata etichettata come ‘Rivoluzione dei Cedri’, con diversi gruppi che puntano il dito contro Damasco il cui esercito era presente nel paese in base agli accordi internazionali di Ta’if, siglati nel 1989 per mettere fine alla guerra civile libanese.

Da Riyadh a Riyadh: la strana parabola di Saad Hariri

La famiglia Hariri è tra le più ricche del paese: di confessione sunnita, Rafiq Al Hariri già nel 1965 raggiunge l’Arabia Saudita per lavorare all’interno di un’impresa di costruzioni mentre, pochi anni più tardi, lo si ritrova invece fondatore di una propria società che lo pone tra i più dinamici e popolari imprenditori del medio oriente. E’ grazie alla sua scalata nei ranghi più alti del mercato immobiliare che riesce, durante gli anni della guerra civile, ad essere di fatto emissario dei Saud in Libano; è del 1992 il suo ingresso in politica, divenendo primo ministro e guidando il governo fino al 1998, per poi riprendere le redini del potere esecutivo nel 2000 e fino al 2004. Quando l’esplosione lo uccide, suo figlio Saad Hariri si trova a Riyadh dove gestisce gli affari di famiglia: all’epoca, il primogenito degli Hariri ha solo 35 anni ed è del tutto a digiuno di politica; pur tuttavia, il suo nome è invocato dalla piazza di Beirut, che vede nella sua figura una naturale prosecuzione dell’impegno politico di suo padre ed un argine contro il governo siriano e gli Hezbollah.

E’ quindi proprio da Riyadh che Saad Hariri dichiara di aver preso la decisione di trasferirsi nel suo paese natio, fondando la cosiddetta ‘coalizione del 14 marzo’ a cui aderiscono movimenti sunniti, ma anche maroniti e militanti del Partito Socialista Progressista di Walid Jumblatt; ad accomunare questi partiti, la posizione anti siriana ed anti Assad: sono proprio loro a chiedere con forza il ritiro delle truppe di Damasco e ad accusare il presidente siriano di complicità nell’attentato che ha ucciso Rafiq Hariri, con le piazze di Beirut che rimangono occupate fino a quando i soldati del contingente di Assad non lasciano il paese. Sull’onda emotiva dell’uccisione di suo padre e di quanto accaduto nei rapporti con la Siria, Saad Hariri riesce a guidare alla vittoria la coalizione del 14 marzo, ma non viene designato premier perchè considerato poco esperto e poco incline al dialogo con la popolazione.

Il rampollo degli Hariri però, riesce nell’intento di porsi a capo dell’esecutivo nel 2009, a seguito delle vittoriose elezioni di quell’anno: il suo primo governo è di unità nazionale ed include quindi anche le forze sciite degli Hezbollah e quelle del maronita  Michel Aoun, alleato del ‘Partito di Dio’; questa esperienza governativa tuttavia finisce nel gennaio 2011 e Saad Hariri torna per cinque anni a vivere a Riyadh. Pur tuttavia, appare decisivo il suo coinvolgimento per lo sblocco dell’empasse politica che imprigiona il Libano per due anni, dal 2014 al 2016; la sua decisione infatti di appoggiare Michel Aoun alla presidenza del paese, pone fine alla lunga ‘sede vacante’ e spiana la strana ad un suo ritorno alla guida del governo, con il suo secondo esecutivo che si insedia lo scorso 18 dicembre. Da Riyadh è partita la sua carriera politica, sempre da Riyadh arriva l’annuncio del suo addio al governo e delle sue dimissioni da primo ministro dichiarate nelle scorse ore: tutto è nato e tutto è, di fatto, finito nella capitale saudita e per il Libano si aprono le porte di una nuova instabilità politica.

L’inusuale annuncio avvenuto lontano dal Libano

“Il presidente Aoun è in attesa del ritorno di Hariri a Beirut per chiedere informazioni sulle circostanze della sua decisione e decidere i prossimi passi”: questa nota, diffusa dall’ufficio di presidenza del Libano, mostra l’anomalia più cocente ed evidente di queste ore. Raramente infatti, il leader di un governo annuncia le dimissioni mentre è in visita in un altro paese e senza avere quindi riferito, in primo luogo, allo stesso Capo di Stato ed al Parlamento; Saad Hariri ha deciso di uscire di scena senza interpellare i partiti libanesi e senza rivolgersi alla sua stessa popolazione, visto che l’annuncio è stato trasmesso in diretta dalla tv saudita Al Arabiya. Una circostanza, quest’ultima, che mostra molti aspetti di un personaggio che ha sempre vissuto tra Libano ed Arabia Saudita e che, tanto politicamente quanto per fatti legati agli affari di famiglia, già dal suo ingresso in politica è stato considerato vicino ai Saud.

A Riyadh vive la moglie di Saad Hariri, la siriana Lama Bashir-Azm, assieme al resto del suo nucleo familiare; è lì che ha sede la Oger, colosso dell’edilizia e delle costruzioni acquistato da suo padre alla fine degli anni settanta e che ha permesso la scalata economica e politica personale e della propria famiglia. Se Teheran, da un lato, appoggia e finanzia gli Hezbollah, circostanza quest’ultima alla base delle motivazioni espresse da Saad Hariri per giustificare le sue dimissioni, gli elementi sopra descritti non lasciano certamente spazio a dubbi circa l’influenza che la famiglia Saud ha sul partito e sull’esperienza politica del primogenito di Rafiq Hariri; intanto, in mezzo al braccio di ferro tra filo sauditi e filo iraniani, emerge il contesto di un Libano in procinto di entrare in una nuova e grave crisi politica.