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Il viaggio di Donald Trump in Asia ha mostrato due tendenze, per certi versi anche divergenti, della politica estera statunitense nel continente asiatico. Giunto a Pechino e ricevuto con tutti gli onori da parte della diplomazia e della stampa cinese, Trump ha potuto concludere con Xi Jinping una serie di fondamentali accordi economici e ha messo le basi per una più proficua collaborazione con la Cina dopo che per molti mesi si è rischiata una vera e propria guerra commerciale tra i due Stati. Poi però c’è stato un altro Trump, quello degli incontri durante il vertice Asean nelle Filippine, in cui sono state consolidate alcune importanti alleanze strategiche in vista di uno scontro complessivo e stabile delle potenze dell’Indo-Pacifico nei rapporti la Cina. E già l’uso del termine “Indo-Pacifico” è stato un segnale inequivocabile di cosa si stesse pianificando nelle stanze di Manila. Per anni la politica americana ha parlato di sistema “Asia-Pacifico”, mentre adesso si rafforza il binomio “Indo-Pacifico”. Questo termine, non nuovo alla geopolitica asiatica, assume un connotato particolare in questa fase storica in cui la Cina ha assunto una potenza finanziaria, economica, politica e militare certamente superiore ai decenni scorsi. Perché s’inserisce nel quadro delle crescenti tensioni fra la Cina e tutte quelle potenze asiatiche e del Pacifico che cercano di contenere l’inevitabile aumento della sfera d’influenza di Pechino.

Tra queste alleanze, quella che più di tutti interessa nel quadro della politica strategica Usa nel Pacifico e nell’oceano Indiano è senza dubbio il ritorno di un concetto che da anni circola nelle cancellerie dei partner Usa nel continente: il Quad. Il Quad, Quadrilateral Security Dialogue, è un’idea che nasce dall’esigenza di riunire sotto un unico accordo militare le quattro potenze dell’Asia-Pacifico – rectius, Indo-Pacifico – che cercano di limitare la Cina: Stati Uniti, India, Giappone e Australia. I più alti funzionari e rappresentati di questi quattro Paesi hanno annunciato, questo mese, in particolare dopo il vertice di Manila, di procedere a alla creazione di una coalizione militare, soprattutto in campo navale, con compiti di pattugliamento e monitoraggio del traffico marittimo sulle via navigabili dall’Oceano Indiano a quello Pacifico fino ai mar Cinese meridionale e orientale. Il raggruppamento delle quattro democrazie “affini”, come ha ricordato Cary Huang per il South China Morning Post, “è stato lanciato per la prima volta dal primo ministro giapponese Shinzo Abe nel 2007, ma l’idea è stata abbandonata dopo che Pechino aveva protestato, dicendo che la partnership di difesa con l’India era finalizzata a soffocare la crescita della Cina”. Il riaffiorare del progetto Quad mette in luce il crescente sospetto di queste quattro potenze per l’espansione cinese. In una dichiarazione congiunta a margine dell’incontro, i rappresentanti dei Paesi interessati al progetto hanno sostenuto la necessità di assicurare una regione “libera e aperta” nel pieno rispetto del diritto internazionale. La menzione del diritto internazionale è stata poi giustificata dalla necessità di collegare il piano su quest’alleanza indo-pacifica con la decisione del governo di Pechino di non rispettare la sentenza che dava ragione alle Filippine riguardo una delle tante dispute sul Mar Cinese Meridionale.

La strategia sembra essere parte di quell’equilibrio su cui Trump ha voluto impostare la sua politica diplomatica in Asia orientale. E può essere visto come un ripensamento, o quantomeno una rimodulazione, della strategia del “pivot to Asia” di Barack Obama. Obama considerava la questione asiatica di fondamentale importanza per il futuro degli Stati Uniti, tanto che aveva già spostato il 10 per cento delle forze dall’Atlantico all’oceano Pacifico ma aveva anche impostato la sua politica estera sulla Trans-Pacific Partnership, che invece Trump ha immediatamente abbandonato per dare impulso agli accordi bilaterali. L’avvicinamento all’India fa parte di una strategia a lungo termine, così come la volontà di rendere il Giappone il perno su cui fondare la politica asiatica ben più della Corea del Sud, ma si assiste anche ad una forte crescita del ruolo dell’Australia, finora ai margini dei sommovimenti politici asiatici. Canberra sta incrementando il suo peso strategico in tutta l’area e si sta anche ragionando su un arsenale nucleare australiano.

L’idea di fondo è che sia necessario, in ogni caso, un contrappeso alla crescita cinese, E questo contrappeso, per gli Stati Uniti, non può essere unico. La presidenza Trump ha manifestato sin da subito la necessità di modificare il ruolo americano nel mondo, come potenza leader, questo sicuramente, ma con potenze locali sempre meno dipendenti dalle forze armate statunitensi e sempre meno supportate da Washington. Questo è avvenuto con la Nato, con la richiesta agli Stati membri di aumentare la spesa militare, ed è avvenuto in Asia, con la richiesta agli alleati di acquistare armi Usa e di riequilibrare la bilancia commerciale. La Nato asiatica potrebbe inserirsi in questo contesto. A un mondo globalizzante in cui la Cina sta costruendo una propria superpotenza, gli Usa vogliono contrapporre un sistema di Stati legati a Washington ma non dipendenti dalla spesa militare del Pentagono.

Articolo di Lorenzo Vita