Il possibile arresto di Donald Trump negli Usa ha ricompattato il fronte conservatore americano. L’ex presidente potrebbe presto essere incriminato dalla procura di New York con l’accusa di aver usato impropriamente i fondi della campagna elettorale nel 2016 per assicurarsi il silenzio della pornostar Stormy Daniels, pagata 130 mila dollari dall’ex legale di Trump, Michael Cohen, affinché non spifferasse ai media del suo affaire con l’allora conduttore di The Apprentice nel 2006.

Il procuratore distrettuale Alvin Bragg, già protagonista di un caso nel quale a finire condannata è stata la Trump Organization nel 2022, con la sua inchiesta in piedi da più di un lustro punta a scrivere la storia: il tycoon potrebbe diventare il primo ex capo di Stato Usa condannato per aver commesso un reato, seppur minore. Neppure Richard Nixon e Bill Clinton, che violarono la legge con lo scandalo Watergate e il caso Lewinsky, dovettero affrontare le conseguenze della giustizia statunitense. Secondo una testimonianza apocrifa, il presidente Franklin Pierce nel lontano 1853 sarebbe stato posto in stato di arresto per aver investito una donna mentre era a cavallo, salvo poi venire rilasciato per mancanza di prove. Ma questa storia non ha mai avuto riscontro ed è ritenuta un falso storico. Trump potrebbe infrangere questo record, peraltro in più occasioni se nei prossimi mesi arrivassero verdetti negativi anche dagli altri processi a suo carico in Georgia, dove si ipotizzano i reati di estorsione e cospirazione, e a Washington per conto del dipartimento di Giustizia che gli contesta i fatti del 6 gennaio 2021.



Uniti con Trump

Il Partito Repubblicano si è stretto intorno a The Donald. Lo speaker della Camera dei Rappresentanti, Kevin McCarthy, ha preso le difese di Trump, accusando i democratici (il procuratore Bragg è un liberal) di usare la giustizia per scopi politici. “Non penso che le persone debbano protestare. Nessuno dovrebbe farsi del male. Vogliamo calma là fuori. Non credo ci dovrebbe essere alcuna violenza”, ha detto ai giornalisti il numero uno repubblicano alla Camera, che ha lanciato un’indagine parlamentare su quello che è stato definito un “abuso di potere”.

Per il Gop quello della politicizzazione del sistema giudiziario è un chiodo fisso, come dimostra l’istituzione della commissione contro l’uso politico del governo federale, creata dopo le scorse elezioni di Midterm. Il presidente della commissione giustizia Jim Jordan ha intimato in una lettera firmata insieme ai colleghi di partito e rivolta al procuratore distrettuale di New York di far avere al Congresso tutte le carte dell’indagine. “Lei starebbe per compiere un abuso senza precedenti dell’autorità di un procuratore: l’incriminazione di un ex presidente degli Stati Uniti ed attuale candidato alla Casa Bianca”, si legge nel documento scritto dal fedelissimo di Trump.

L’ex presidente ha abituato gli americani (e il mondo) ai suoi toni esuberanti e nel prevedere senza alcuna prova che sarà arrestato oggi, martedì 21 marzo, ha rievocato una reazione simile a quella che i suoi sostenitori più estremi hanno avuto nell’assalto a Capitol Hill: “Manifestiamo, riprendiamoci il Paese”, ha tuonato l’ex capo della Casa Bianca in un eloquente messaggio pubblicato sul suo social Truth sabato scorso. Il team di avvocati di Trump, tra cui l’italoamericano Joe Tacopina, ha fatto sapere di non aver ricevuto notifiche dai pubblici ministeri riguardo a imminenti incriminazioni. E forse quella dell’ex presidente potrebbe essere una mossa per riguadagnare terreno laddove era stato perso nei confronti dei suoi diretti rivali nelle elezioni primarie, in particolare il governatore della Florida Ron DeSantis, di cui Trump è il vero padrino politico, avendolo “benedetto” con un endorsement chiave nel 2018 che gli facilitò la strada verso l’elezione.

Trump e DeSantis a un comizio nel 2018: Foto: Epa/Dan Anderson

Il ruolo di Ron DeSantis e il rischio di un’estradizione

DeSantis ha mantenuto un basso profilo per tanto, forse troppo tempo, glissando su tutte le domande riguardanti l’ex presidente. Fino a ieri, quando ha attaccato il procuratore Bragg senza tuttavia lesinare stoccate pungenti al suo avversario: “Il procuratore distrettuale di Manhattan è finanziato da Soros e così lui, e quelli come lui finanziati da Soros, stanno strumentalizzando un ruolo per imporre un’agenda politica alla società, a spese della legge e della sicurezza pubblica”, ha detto il governatore della Florida, che su Trump ha poi ironizzato: “Non so cosa significhi pagare una pornostar per garantire il silenzio su qualche tipo di presunta relazione”.

La pressione nei confronti di DeSantis negli ultimi giorni aveva raggiunto un peso insostenibile: la questione dell’arresto di Trump è un tema ineludibile per le istituzioni della Florida. Se Trump non si costituisse di sua spontanea volontà, infatti, le autorità dello Stato di New York sarebbero costrette a presentare al Sunshine State una richiesta ufficiale di estradizione del ricercato, residente a Palm Beach. Nel caso di un’estradizione va comunque segnalato che il governatore dello Stato a cui verrebbe fatta istanza non ha nessun potere di bloccarla, trattandosi perciò di nient’altro che un atto dovuto. DeSantis potrebbe rallentare la procedura, ma secondo la legge statale della Florida non ha nessuna facoltà di rifiutarsi di consegnare un criminale a un altro Stato.

(Ex) Presidente dal carcere?

I legali dell’ex presidente garantiscono che il loro cliente collaborerà con la giustizia e sarebbe già stato siglato un accordo con la polizia per le modalità dell’arresto: Trump dovrebbe entrare al tribunale di New York da un ingresso secondario, lontano dalle manifestazioni, farsi prendere le impronte digitali e, previa autorizzazione del Secret Service, farsi ammanettare. È prevista anche la diffusione di una foto segnaletica.

L’impressione è che in un inconsolabile gesto di disperazione The Donald voglia sfruttare a suo vantaggio la recrudescenza dello scontro politico, mettendo così in salvo una nomination aleatoria in vista della convention di Milwaukee il prossimo anno. Trump potrebbe comunque fare campagna elettorale da dietro le sbarre: la costituzione Usa non vieta la possibilità di candidarsi dal carcere. Esiste peraltro un precedente storico eccellente, quello del socialista Eugene Debs, arrestato nel 1918 con l’accusa di aver violato il Sedition Act e in corsa alle presidenziali due anni dopo dal penitenziario federale di Atlanta, in Georgia, dove rimase rinchiuso fino al 1921. È tuttavia improbabile che i vertici del Partito Repubblicano, per quanto assoggettati alla leadership dell’ex presidente, accettino un tale azzardo. Il rischio è sempre quello di far piombare il Paese in una lotta interna al limite della guerra civile. E questa non è la ricetta vincente per scalzare Joe Biden e i democratici dalla presidenza. Semmai, è il metodo preferito dagli eversivi.