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Non si ferma l’effetto domino delle proteste che hanno travolto mezza Asia. Dopo Indonesia e Nepal è arrivato il turno delle Filippine. Nel fine settimana migliaia di cittadini hanno riempito le strade di Manila per protestare contro il governo, accusato di essersi appropriato indebitamente di miliardi di dollari destinati a progetti di soccorso dopo le inondazioni che hanno colpito il Paese in estate. Per dare un’idea delle cifre in ballo, Greenpeace ha stimato che circa 17,6 miliardi di dollari, gli stessi soldi che avrebbero dovuto aiutare le Filippine a fronteggiare inondazioni croniche e mortali, sarebbero stati sottratti dalle autorità soltanto nel 2023.

A luglio il presidente Ferdinand Marcos Jr. aveva rivelato che diversi piani precedentemente annunciati come completati erano in realtà pieni di falle e anomalie. Erano state create una commissione indipendente e pure una del Senato per indagare sul dossier, ma questo non è bastato a placare l’insoddisfazione del popolo. “Certo, sono arrabbiati. Sono arrabbiato anch’io. Dovremmo essere tutti arrabbiati. Perché quello che sta succedendo non è giusto”, ha provato a difendersi Marcos, suo malgrado finito al centro delle proteste.

Cosa succede nelle Filippine

Le proteste sono state alimentate da studenti, gruppi religiosi, celebrità e cittadini di diversi schieramenti politici. I dimostranti hanno incolpato legislatori e funzionari di aver intascato ingenti tangenti in cambio di contratti e appalti, mentre progetti cruciali volti a proteggere il Paese dai danni causati dalle inondazioni non si sono mai concretizzati. Un problema abbastanza importante per una nazione colpita in media da 20 cicloni tropicali ogni anno, nonché una delle più vulnerabili del pianeta ai disastri naturali.

“Il nostro scopo non è destabilizzare, ma rafforzare la nostra democrazia“, ha affermato in una nota il cardinale Pablo Virgilio David, presidente della Conferenza episcopale cattolica delle Filippine, invitando l’opinione pubblica a chiedere conto delle proprie azioni.

Le proteste, certo, sono state per lo più pacifiche, anche se la polizia ha arrestato 72 persone, tra cui 20 minorenni. Almeno 39 agenti sono rimasti feriti e un rimorchio utilizzato come barricata è stato dato alle fiamme. Il maggiore Hazel Asilo ha dichiarato all’AFP che non è chiaro se gli arrestati fossero “manifestanti o semplicemente persone che stanno causando problemi”. I cittadini, in ogni caso, chiedono a gran voce la restituzione dei fondi sottratti e l’incarcerazione dei responsabili delle malefatte.

Governo a rischio?

Per adesso le proteste che hanno scosso le Filippine non hanno raggiunto l’intensità delle rivolte esplose in Indonesia e Nepal. Il governo di Marcos farebbe comunque bene a monitorare attentamente l’evolversi della situazione, visto il recente dinamismo della fantomatica Generazione Z nel continente asiatico.

Tra l’altro le proteste di domenica si sono svolte in una data storicamente significativa: il 21 settembre 1972 il padre e omonimo del presidente Marcos, il defunto leader dal pugno di ferro Ferdinand Marcos, impose la legge marziale nelle Filippine. Da quel momento in poi sarebbe rimasto al potere per altri 14 anni, salvo poi essere accusato di aver saccheggiato fino a 10 miliardi di dollari dalle casse pubbliche del Paese.

Dal canto suo, Marcos Jr. ha promesso che le indagini sullo scandalo delle inondazioni non risparmieranno nessuno. Il presidente del Senato, Francis Escudero, e quello della Camera, Martin Romualdez (cugino di Marcos), si sono dimessi a seguito delle conseguenze dello scandalo.

Il Dipartimento delle Finanze ha intanto fatto sapere che l’economia filippina ha perso fino a 118,5 miliardi di pesos (3 miliardi di dollari) dal 2023 al 2025 a causa della corruzione nei progetti di controllo delle inondazioni. Alcuni manifestanti hanno intanto messo nel mirino i cosiddetti “nepo babies“, ovvero i figli di appaltatori e funzionari legati alla vicenda. Su alcuni dei cartelli esposti si poteva leggere un messaggio emblematico: “Il loro lusso, la nostra miseria”.

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