L’Ucraina vive sul filo del rasoio, incastonata tra due superpotenze in contrapposizione e nella condizione di chi vuole e pensa di scegliere il proprio destino ma sa anche di essere parte di un gioco più grande. Una grande partita a carte in cui ogni mossa è ponderata in un equilibrio di interessi non particolarmente nitidi. E in cui nessuno rivela le proprie mosse né è in grado di dire se l’avversario bluffa o sia pronto davvero a calare le carte vincenti.
La Russia, dopo aver rafforzato il confine con l’Ucraina e mosso le truppe (decisioni che l’intelligence occidentale ha ritenuto collegabili a una potenziale invasione), ha scelto di lanciare due proposte i accordi nei confronti di Nato e Stati Uniti. Le richieste del Cremlino sono state in larga parte (e prevedibilmente) respinte al mittente. Proposte che, come scritto su questa testata, avrebbero significato una resa dell’Alleanza atlantica e di Washington che sarebbe apparse quantomeno improbabile. Ma la mossa di Vladimir Putin – più un colpo teatrale che una reale presa di posizione in favore di un accordo che si interessasse anche dei destini ucraini – ha rappresentato in ogni caso un primo punto di svolta in un clima generale di tensioni. Almeno a livello di immagine.
Mentre da Mosca arrivano immagini solo superficialmente in contrasto tra loro – movimenti di truppe e richiesta di accordi internazionali – dall’altra parte di questa nuova “cortina di ferro” giungono notizie che rappresentano altre mosse di questa grande partita tra Occidente e Federazione Russa. Dichiarazioni e indiscrezioni che arrivano da Londra e da Washington e che confermano un quadro degli equilibri strategici ancora poco netto e a rischio di ulteriori fasi di tensione o di vere e proprie escalation.
Il Wall Street Journal ha pubblicato un articolo in cui si parla del fatto che l’amministrazione Biden sta valutando un piano per armare l’Ucraina. Il programma, a detta delle fonti del Wsj, prevede di reindirizzare negli arsenali ucraini elicotteri e equipaggiamenti militari un tempo destinati all’esercito afghano. La possibile fornitura è ancora oggetto di trattative tra i funzionari di Kiev e gli uomini del Pentagono, tuttavia sembra abbastanza evidente che sarà solo il semaforo verde della Casa Bianca a essere decisivo per questa possibile svolta. L’articolo spiega del pressing che i militari ucraini starebbero facendo nei confronti degli americani per ottenere il prima possibile armi, mezzi aerei e munizioni in grado di fronteggiare una eventuale invasione russa. Ma al netto della probabilità o meno di resistere a una (improbabile) invasione russa, quello che appare certo in questo momento è che Joe Biden voglia capire fino a che punto il suo omologo russo sia disposto ad alzare il tiro. Il rafforzamento militare di Kiev è sempre stato un pallino di diversi segmenti del Pentagono, del Dipartimento di Stato e della Casa Bianca. Ma in questo preciso momento storico, con migliaia di soldati russi ammassati al confine occidentale, decidere per un rafforzamento così netto delle forze armate ucraine equivarrebbe a un segnale di rottura che il presidente Usa non vuole dare. Il consigliere per la sicurezza nazionale, Jake Sullivan, ha ribadito che l’obiettivo a breve termine di Washington è quello di “perseguire una combinazione di deterrenza e diplomazia nel tentativo di vedere se possiamo produrre la de-escalation che stiamo tutti cercando”.
E se è vero che il Pentagono continua a inviare uomini e addestratori in Ucraina, è altrettanto vero che inviare aiuti come elicotteri e sistemi missilistici presuppone un addestramento in un periodo di tempo che, dato l’ammontare delle truppe russe lungo la frontiera, potrebbe essere molto più ristretto. E questo renderebbe la fornitura delle armi molto meno utile del previsto.
D’altro canto, la via del supporto militare e logistico alle forze ucraine appare l’unica strada percorribile insieme a quella delle sanzioni economiche nei confronti della Russia. Biden ha già fatto intendere di non avere intenzione di mandare gli uomini delle forze armate statunitensi a combattere sul fronte ucraino. Troppi i rischi in termini strategici, finanziari ma anche politici. E se a Washington l’idea è quella di evitare un coinvolgimento diretto, lo stesso dicasi per un Paese che da anni ormai vive con Mosca un rapporto profondamente turbolento, anche sul fronte del Mar Nero: il Regno Unito.
Il ministro della Difesa britannico, Ben Wallace, ha spiegato alla rivista The Spectator che la possibilità che Londra e gli alleati Nato inviino truppe a sostegno di Kiev è “altamente improbabile”. Il vertice della Difesa ha ribadito il concetto di mancata adesione dell’Ucraina alla Nato: “Possiamo tutti aiutare con lo sviluppo di capacità militare, ma l’Ucraina non è nella Nato ed è per questo che stiamo facendo del nostro meglio diplomaticamente per far capire al presidente russo, Vladimir Putin, di non agire in tal senso”. E se questa idea ha perfettamente senso dal punto di vista politico e giuridico, d’altro canto non può non osservarsi anche un preciso segnale diplomatico: il Regno Unito sostiene l’Ucraina rispetto alle ambizioni russe, ma non è interessato a pregiudicare la vita dei propri uomini in difesa di un Paese non Nato. Questione che diventa decisiva anche per capire come si potrebbe comportare Mosca alla luce delle dichiarazioni che arrivano proprio dalle due maggiori potenze dell’Alleanza atlantica. Certificare che nessuno interverrà direttamente a supporto di Kiev conferma per Mosca lo scenario di poter mantenere la pressione alta in Europa orientale per raggiungere un’intesa o un congelamento di qualsiasi velleità di espansione Nato. Ma potrebbe anche rimettere in discussione la stessa immagine che vuole dare il Cremlino, visto che la Nato, in assenza di un’appartenenza a essa, di fatto conferma che non può intervenire. Costituendo in questo modo le premesse per un raffreddamento dell’escalation tra i due blocchi.
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