Gli Stati Uniti hanno messo nel mirino l’Iran dopo che Teheran ha risposto alla morte del generale Qassem Soleimani bombardando le basi militari americane situate in Iraq. A peggiorare la situazione, di per sé già tesissima, c’è anche il possibile abbattimento di un aereo civile da parte di un missile lanciato dai pasdaran iraniani. Il velivolo caduto ha provocato la morte di 176 persone, tra cui 63 canadesi e 4 britannici.

Gli schieramenti sono presto fatti: da una parte troviamo la potenza di fuoco degli Stati Uniti, supportati dagli alleati europei, da Israele e dall’Arabia Saudita; dall’altra, accanto all’Iran, sono presenti Russia e Cina (senza considerare la variabile impazzita della Turchia e le varie milizie sciite filo-iraniane).

A proposito di Cina, Pechino ha subito richiamato alla calma i soggetti coinvolti nella disputa. Il portavoce del ministero degli Esteri Geng Shuang, ha invitato tutti alla moderazione. “La Cina si è sempre opposta all’uso della forza nelle relazioni internazionali. Esortiamo le parti interessate, in particolare gli Stati Uniti, a mantenere la calma e ad esercitare moderazione per evitare crescenti tensioni”. Il modus operandi del Dragone risponde sempre alla medesima logica: guai a scatenare le guerre. Il motivo è semplice: dove si sviluppano i conflitti militari non ci sono affari. E dove non ci sono affari non c’è business.

Armi e petrolio

Bastano poche informazioni per capire quanto la Cina consideri l’Iran un alleato strategico. Come ricorda il South China Morning Post, nell’ultimo decennio Pechino è stato tra i primi tre fornitori di armi di Teheran. Negli anni ’80 il Dragone ha fornito hardware militare ai pasdaran nella guerra combattuta dalla Repubblica islamica contro l’Iraq, sostenuto a sua volta da Stati Uniti, Unione Sovietica e altre potenze tra cui la Francia.

L’ex impero di mezzo rimane inoltre il principale partner commerciale dell’Iran, anche se le recenti sanzioni statunitensi che si sono abbattute sul Paese hanno fatto crollare le importazioni di petrolio. Gli ultimi dati disponibili risalgono al novembre 2019: in quel mese, la Cina ha importato la bellezza di 547.758 tonnellate di petrolio iraniano, in calo rispetto ai 3,07 milioni di tonnellate di aprile, ma pur sempre una quantità di tutto rispetto. Nel 2018 il commercio tra i due Paesi ha raggiunto la somma di 35,13 miliardi di dollari, con il petrolio che ha pesato per circa 15 miliardi di dollari.

Una posizione strategica

L’Iran ha imparato a saper contare sulla Cina in caso di necessità di ogni tipo. Nel lungo braccio di ferro a distanza con gli Stati Uniti, Teheran si è sempre rivolta a Pechino per ricevere aiuti per potenziare i suoi militari e proteggere la sua economica dalle sanzioni americane.

Ma perché la Cina dovrebbe difendere il governo iraniano? È necessario guardare una cartina geografica e studiare il progetto cinese della Nuova Via della Seta. Al fine di creare un reticolato commerciale capace di unire la Cina all’Europa, all’Africa e al Medio Oriente, Pechino ha lanciato questo piano mastodontico che passa anche attraverso l’Iran. Ecco perché il Dragone non ha alcuna intenzione di consegnare l’alleato nelle mani di Washington.

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