Armenia: la scommessa europea nel Caucaso dagli anni Novanta a oggi 

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Politica /

Dal 2024 ad oggi si sta assistendo a un progressivo intensificarsi dei rapporti dell’Armenia con l’Unione Europea, alimentando il dibattito sul possibile ingresso del Paese nei prossimi decenni. Questo percorso lento ma costante segna un cambio di postura strategico tutt’altro che scontato nel complesso quadro geopolitico del Caucaso. 

I rapporti fra l’Armenia e l’Unione Europea iniziano negli anni Novanta e sono proseguiti fino ai giorni nostri; tuttavia, nel corso degli ultimi decenni si è assistito ad avvicinamenti e conseguenti battute di arresto e a nuovi riallineamenti. Formalmente, il dialogo politico e la cooperazione economica cominciarono nel 1996, quando lo Stato firmò l’Accordo di Partenariato e Cooperazione che entrò in vigore tre anni più tardi nel 1999. L’accordo rappresentò un primo timido avvicinamento al vecchio continente senza che ciò implicasse un cambiamento di rotta delle scelte strategiche del Paese. 

A seguito dell’allargamento verso Est dell’Unione Europea nel 2004 e l’adesione dei Paesi del blocco di Visegrad, l’Armenia venne coinvolta nella Politica Europea di Vicinato, ossia uno strumento ideato appositamente per agevolare i rapporti con le nazioni limitrofe al territorio euro-unionale. Pochi anni dopo, nel 2009, l’Armenia, assieme ad altri Stati dell’ex-blocco sovietico, entra a far parte del Partenariato Orientale.  In quel periodo l’Armenia cominciò una stagione di riforme, sia amministrative sia relative allo Stato di diritto, ed estese la cooperazione economica verso Occidente, tuttavia, non smise di guardare verso il suo alleato di sempre: la Russia.  

Fra il 2010 e il 2013 l’Unione Europea e l’Armenia sono in procinto di negoziare un accordo di Associazione che prevede l’individuazione di un’area di libero scambio. Tuttavia, questo ambizioso progetto non vide la luce, in quanto Yerevan, nel settembre 2013 decise di aderire all’Unione Economica Eurasiatica a guida russa. Tale scelta rifletteva più ragioni di natura difensivo-strategica che valoriali-economiche. Non a caso, in quel periodo si stava intensificando il conflitto con l’Azerbaigian per il controllo della regione del Nagorno-Karabakh e l’unico partner in grado di sostenere l’Armenia nel conflitto, anche in ottica meramente deterrente, era appunto la Russia. I rapporti con l’Unione non si arrestano bruscamente; anzi, il dialogo prosegue, ma con nuove consapevolezze, considerando le esigenze concrete del Paese. 

Nel 2017 si giunge alla firma del CEPA (Comprehensive and Enhanced Partnership Agreement), ossia un accordo ideato per rafforzare la cooperazione in diversi settori, fra cui la governance, la giustizia, l’economia, la mobilità, ma senza comunque contemplare elementi che potessero compromettere i rapporti eurasiatici dell’Armenia. 

La vera e propria svolta nei rapporti UE-Armenia si è registrata solo nell’ultimo lustro. Fra il 2020 e il 2022 l’inasprimento delle tensioni nel Nagorno-Karabakh e dei conflitti lungo il confine azero determina un nuovo equilibrio. L’Armenia, infatti, iniziò a manifestare delle critiche nei confronti di Mosca, accusandola di non essere stata in grado di fornire un sostegno adeguato in quella fase così delicata. Conseguentemente, Yerevan iniziò a guardare all’Unione non più solo come a un partner commerciale ma come un alleato strategico, chiedendo proprio un coinvolgimento diretto europeo sul territorio.  

Fu così che, nell’ottobre del 2022, il rapporto fra Armenia e Unione Europea assume dei connotati molto diversi dovuti (o grazie) al contesto geopolitico regionale. In particolare, nell’autunno del 2022 le forze militari azere colpiscono innumerevoli infrastrutture situate nel territorio, più precisamente nelle province di Gegharkunik e Syunik. Questo avvenimento viene percepito con particolare serietà da Yerevan, perché il conflitto non è più solo localizzato nella regione del Nagorno-Karabakh, da sempre terreno di diatribe territoriali fra i due vicini, ma ora le aree colpite sono zone in prossimità del confine internazionalmente riconosciuto. 

La gravità della circostanza induce l’Armenia a invocare la protezione da parte dell’OTSC ossia l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva di cui fa parte insieme ad altri Stati dell’area ex sovietica. La risposta non si fa attendere, ma non è incisiva come sperato. La Russia si limitò infatti a inviare una delegazione incaricata di valutare la situazione e raccogliere informazioni, a cui poi hanno fatto seguito una serie di dichiarazioni programmatiche atte principalmente a invocare la de-escalation e il dialogo. Nessun contingente militare dunque accorse in aiuto dell’Armenia né tantomeno vennero spese parole di aperta condanna alle aggressioni azere in territorio armeno.

Le aspettative armene non erano affatto eccessive, considerato il fatto che la Russia è stata per decenni l’alleato privilegiato dell’Armenia, a favore del quale Yerevan ha anche rinunciato, nell’oramai lontano 2013, a un ghiotto partenariato con l’Unione Europea. Inoltre, l’OTSC rappresenta una vera e propria alleanza di difesa, non un mero foro politico di riferimento. In questo scenario, Mosca non è stata in grado di proteggere uno dei suoi principali alleati nel Caucaso meridionale, perdendo un’occasione strategica cruciale e così contribuendo ad erodere la sua già fragile credibilità come alleato strategico-difensivo nella regione, già messa profondamente in discussione dopo la perdita di influenza in Georgia diventata irreversibile a seguito del conflitto russo-georgiano del 2008. 

Il disimpegno russo si giustifica prevalentemente con lo sforzo bellico impiegato in Ucraina cominciato con l’oramai famigerata “operazione speciale” del 24 febbraio dello stesso anno; la scarsa effettività delle misure russe non è sufficiente a segnare la fine del legame strategico che lega i due Paesi, ma è idoneo ad indurre l’Armenia a ripensare alla sua strategia difensiva optando per una diversificazione dei suoi partner. È così che, per la prima volta, si comincia ad osservare l’UE non più solo come un partner commerciale ma come un valido alleato nella regione che possa garantire la sua presenza operativa sul territorio, complementarmente a quella russa. 

Così, nell’ottobre 2022, al vertice della Comunità politica Europea a Praga si pianifica la EUMCAP ossia la European Union Monitoring Capacity to Armenia che consiste nel dispiegamento di una missione civile a durata temporanea che, sul confine azero, si occupa di monitorare la situazione e redigere rapporti indipendenti. Alla conclusione del mandato, nel dicembre 2022, tuttavia, la situazione fra Azerbaigian e Armenia resta molto critica; così, nel gennaio 2023, il Consiglio dell’Unione Europea approva l’istituzione di una missione civile a lungo termine chiamata EUMA (European Union Mission in Armenia) che diventa operativa a partire dal febbraio dello stesso anno e svolge la sua attività proprio nelle regioni colpite dall’offensiva azera del settembre 2022 (Syunik, Gegharkunik e Tavush) ma, anche questa volta, senza alcun mandato militare.

Sia EUMCAP sia EUMA sono iniziative che rientrano nella Politica di Sicurezza e Difesa Comune (PSDC), cioè lo strumento mediante il quale Bruxelles dispiega dal 2017 missioni civili e militari in Paesi con finalità diverse, dalla prevenzione dei conflitti alla gestione delle crisi, sino alla formazione militare. Sono sempre operazioni non offensive, concepite per il monitoraggio e la garanzia della stabilità locale, in un’ottica assimilabile per finalità a quella svolta con le operazioni civile delle Nazioni Unite. 

La scelta europea di intervenire in Armenia è una svolta rilevante non solo per l’area, ma soprattutto per l’Unione stessa; in questo modo essa ha modo di rafforzare la propria credibilità come attore geopolitico di stabilizzazione in un’area dominata storicamente da altre potenze. Ben lungi dal sostituirsi alla presenza politico-militare della Russia nel Paese, lo sforzo dell’Europa nella regione è determinante per introdursi come attore politico nuovo con una legittimità internazionale al contempo privo di ambizioni egemoniche.   

Un ulteriore passaggio che segna un allentamento più marcato da Mosca e un avvicinamento all’area di influenza europea è rappresentato dalla ratifica dello Statuto di Roma istitutivo della Corte Penale Internazionale e la sua progressiva ratifica nel febbraio 2024; tale scelta segna non solo un allineamento di Yerevan agli standard giuridici internazionali, nonché un chiaro smacco politico per la Russia, poiché Putin, dopo l’invasione dell’Ucraina, è destinatario di un mandato di arresto da parte della corte penale stessa. Il Cremlino, infatti, ha definito “ostile” la ratifica del Parlamento armeno. 

Durante il 2024 le operazioni dell’EUMA sono proseguite e il dialogo politico fra Yerevan e Bruxelles si è via via più intensificato e parallelamente si accentua il raffreddamento dei rapporti con l’OTSC con un’Armenia sempre meno disposta a mascherare la propria insoddisfazione per l’inefficacia delle azioni intraprese dalla Russia sul fronte azero. 

Nel gennaio 2025 il Parlamento approva una legge con il precipuo compito di avviare un percorso di progressiva integrazione europea. Comincia così ad essere formalizzato, a livello istituzionale, l’orientamento europeo, che culmina il 2 dicembre scorso con l’adozione della Strategic Agenda UE-Armenia, un documento che supera la mera politica di vicinato e consente all’Armenia di avvicinarsi sempre più all’Europa. Pur non trattandosi di una candidatura formale all’adesione, comunque è vero che rappresenta un segnale positivo. Pur mantenendo la necessaria cautela, non si può negare la portata di tale avvicinamento, che non appare più solo plausibile, ma oramai dichiarato e strutturato, probabilmente precursore di sviluppi e ravvicinamenti che si vedranno in un futuro non troppo lontano.