Nikol Pashinyan non ha ancora chiesto alla Russia di ritirare la 102ª base militare dall’Armenia. Ha detto qualcosa di politicamente quasi altrettanto grave: se Mosca decidesse di andarsene, Erevan non si opporrebbe. La distinzione formale serve a evitare una rottura immediata con il Cremlino, ma il messaggio strategico è chiarissimo. Per il governo armeno, la presenza militare russa ha cessato di rappresentare una garanzia di sicurezza. La base può rimanere, ma dovrà giustificare la propria funzione. Non basta più la bandiera, non basta più il trattato e non basta neppure il ricordo di quando la Russia veniva considerata l’unico protettore possibile dell’Armenia.
Pashinyan ha indicato il punto di rottura negli scontri del settembre 2022, quando le forze azere attaccarono anche posizioni situate nel territorio riconosciuto dell’Armenia. Erevan chiese l’intervento della Russia e dell’Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva. L’aiuto militare non arrivò. Da quel momento, l’alleanza ha continuato a esistere sulla carta, mentre la fiducia armena si consumava sul terreno.
Una base senza garanzia politica
Dal punto di vista militare, sostenere che la base russa non abbia alcuna utilità è un’affermazione soprattutto politica. La sua presenza conserva un valore operativo: permette a Mosca di mantenere uomini, mezzi e infrastrutture nel Caucaso meridionale, sorvegliare il confine turco e conservare una capacità d’intervento regionale. Ma una base militare vale quanto la volontà politica di impiegarla. È questo il problema sollevato da Pashinyan. Le truppe russe erano presenti, gli accordi di difesa esistevano, ma Mosca non era disposta a entrare in guerra contro l’Azerbaigian per proteggere l’alleato armeno.
La guerra in Ucraina ha assorbito risorse e attenzione, ma non spiega tutto. La Russia ha anche coltivato rapporti economici e politici con Baku e ha cercato di evitare uno scontro con la Turchia. L’Armenia ha così scoperto che il proprio protettore aveva altri interessi e che questi interessi potevano essere più importanti degli obblighi sottoscritti con Erevan. La base è diventata il simbolo di una contraddizione: abbastanza importante da limitare l’autonomia armena, ma non abbastanza vincolante da garantire un intervento russo.
Il progressivo allontanamento da Mosca
La sospensione della partecipazione armena all’Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva e l’intensificazione della cooperazione con Stati Uniti, Francia e Grecia mostrano che Erevan sta cercando alternative. Le esercitazioni multinazionali ospitate sul territorio armeno costituiscono un segnale politico prima ancora che militare.
Nessuna di queste collaborazioni può tuttavia sostituire rapidamente la presenza russa. Gli Stati Uniti sono geograficamente lontani e difficilmente offriranno all’Armenia una garanzia automatica di difesa. La Francia può fornire armamenti, addestramento e sostegno diplomatico, ma non dispone nel Caucaso delle capacità necessarie per bilanciare da sola Azerbaigian e Turchia. Pashinyan sta quindi tentando un’operazione estremamente delicata: ridurre la dipendenza dalla Russia senza trasformare l’Armenia in un Paese privo di protezione. Non è un passaggio da un’alleanza all’altra, ma la ricerca di un equilibrio fra potenze che hanno interessi diversi e, talvolta, incompatibili.
I vantaggi per Azerbaigian e Turchia
Un eventuale ritiro russo rafforzerebbe innanzitutto Baku e Ankara. L’Azerbaigian vedrebbe diminuire ulteriormente la capacità di Mosca di condizionare gli equilibri regionali. La Turchia eliminerebbe una presenza militare russa situata vicino ai propri confini e potrebbe accrescere il proprio peso politico, economico e infrastrutturale nel Caucaso. Per l’Armenia, però, la normalizzazione dei rapporti con Azerbaigian e Turchia sarebbe anche una necessità. Senza l’ombrello russo, Erevan avrebbe ancora più bisogno di frontiere stabili, collegamenti commerciali e accordi che riducano il rischio di nuovi scontri.
Il pericolo riguarda soprattutto il controllo delle vie di comunicazione attraverso la regione meridionale armena del Syunik. Baku e Ankara vogliono un collegamento diretto tra Azerbaigian e Nakhchivan; Erevan insiste affinché qualsiasi strada o ferrovia rimanga sotto la sovranità armena. Non è una semplice controversia sui trasporti. È una lotta per stabilire chi controllerà il futuro sistema logistico del Caucaso meridionale.
L’Iran osserva il confine
Anche l’Iran segue la vicenda con estrema attenzione. Teheran non vuole che il confine tra Iran e Armenia venga indebolito o sottoposto a un controllo esterno capace di favorire l’asse tra Turchia e Azerbaigian. L’eventuale uscita della Russia potrebbe quindi spingere l’Iran ad assumere un ruolo più attivo come contrappeso regionale. Erevan avrebbe così maggiori margini diplomatici, ma rischierebbe di diventare il punto d’incontro fra le rivalità di Russia, Turchia, Iran e potenze occidentali.
L’Armenia cerca sovranità, ma la geografia non concede indipendenza assoluta. Cambiare protettore non basta; occorre evitare che il territorio nazionale diventi il corridoio strategico degli altri.
Il costo economico della separazione
L’allontanamento militare non comporta automaticamente una separazione economica. L’Armenia mantiene legami profondi con la Russia attraverso il commercio, l’energia, le rimesse dei lavoratori e la partecipazione alle strutture economiche eurasiatiche. Una rottura improvvisa avrebbe costi considerevoli per famiglie e imprese armene.
Pashinyan deve quindi procedere su due piani differenti: ridurre la dipendenza strategica da Mosca e, contemporaneamente, evitare il collasso dei rapporti economici. L’apertura delle frontiere, la costruzione di nuove vie ferroviarie e l’integrazione nei collegamenti tra Asia ed Europa potrebbero offrire opportunità importanti. Ma gli stessi progetti possono trasformarsi in strumenti di pressione se vengono realizzati senza piena sovranità armena.
Per Mosca, perdere la base significherebbe rinunciare non soltanto a un’installazione militare, ma a uno degli ultimi strumenti concreti della propria influenza nel Caucaso meridionale. Per l’Occidente sarebbe una vittoria geopolitica, ma anche l’assunzione di una responsabilità: non basta incoraggiare l’Armenia ad allontanarsi dalla Russia se poi nessuno è disposto a proteggerla nei momenti decisivi.
Pashinyan non sta dicendo che l’Armenia non abbia bisogno di sicurezza. Sta dicendo che non intende più pagare il prezzo politico di una protezione che, quando serviva, non si è vista. Il problema è che una garanzia fallita può essere denunciata in un giorno, mentre costruirne una nuova richiede anni. E nel Caucaso gli anni di transizione sono quelli in cui gli Stati più forti presentano il conto a quelli più deboli.