Le ostilità nel Nagorno Karabakh sono ufficialmente cessate a partire dalla sera del 9 novembre, ovvero quando la diplomazia del Cremlino ha convinto i belligeranti a deporre le armi tramite un accordo basato sul do ut des. L’Armenia ha ottenuto il salvataggio in extremis del Nagorno Karabakh, sulla cui integrità vigilano e vigileranno le forze armate russe, l’Azerbaigian ha avuto una serie di concessioni territoriali e la Turchia ha conseguito un’importante vittoria diplomatica che potrebbe avere riflessi considerevoli in termini di aspirazioni egemoniche regionali.

La Russia, invece, ha ottenuto una vittoria su più fronti: permette alla Turchia di entrare nel Caucaso meridionale in qualità di co-custode dell’Azerbaigian, ma le impedisce di egemonizzare in maniera integrale ed esclusiva la regione stabilendo una presenza militare semi-permanente nell’Artsakh, e rientra a pieno titolo in Armenia, promuovendo la propria immagine e ottenendo la morte politica dello scomodo Nikol Pashinyan.

Si va verso nuove elezioni

Nei giorni successivi al cessate il fuoco del 9 novembre si è assistito all’apertura di una grave crisi politica in Armenia, sullo sfondo di disordini e proteste antigovernative, che ha causato l’intervento del presidente Armen Sarkissian con il doppio scopo di pacificare e mediare. Le dimissioni del ministro degli esteri Zohrab Mnatsakanyan non sono servite a placare gli animi nell’opposizione e nelle forze armate, il cui obiettivo era ed è un altro: l’uscita di scena del primo ministro Nikol Pashinyan, ritenuto il vero artefice della sconfitta armena.

Le pressioni politiche e sociali hanno prevalso, perché la giornata del 17 novembre si è aperta con una notizia tanto straordinaria quanto attesa e prevedibile: il presidente armeno, dopo aver discusso con Pashinyan e in seguito a “consultazioni politiche e decine di riunioni con forze parlamentari e non parlamentari, con varie ong e con diverse persone”, ha chiesto all’esecutivo di assumersi la responsabilità e le conseguenze del modo in cui è finita la guerra e, quindi, di iniziare i lavori per la convocazione di elezioni anticipate.

Sarkissian non ha preso la decisione semplicemente per via della disfatta militare; a pesare, infatti, è stato anche un altro fatto: la sera della resa non è stato consultato da Pashinyan, un gesto interpretato come una mancanza di rispetto verso la più alta carica istituzionale e verso il Paese in generale.

Il presidente, alla luce del modo in cui è terminato il conflitto, dell’unilateralismo infruttuoso di Pashinyan e dei consigli ricevuti dalle forze armate – anch’esse imputano al capo dell’esecutivo la responsabilità primaria della sconfitta perché avrebbe ignorato le informative sullo stato degli scontri e sulla disparità delle forze in campo e, nel complesso, il suo esecutivo avrebbe trascurato il settore della difesa – ha invitato il governo a preparare un piano d’azione per il passaggio dei poteri ad “un governo di accordo nazionale altamente qualificato” e che conduca ad elezioni anticipate il prima possibile.

Cosa succederà a Pashinyan?

L’Armenia è uscita sconfitta militarmente e diplomaticamente dalla guerra nel Nagorno Karabakh, ma l’accordo di cessate il fuoco mediato dalla Russia le ha permesso di non perdere del tutto il controllo sulla regione contesa e, soprattutto, di evitare la cattura del corridoio di Lachin. Il grande vinto, a conti fatti, è Pashinyan, la cui linea politica atlantista ha creato una frattura con Mosca e si è rivelata incapace di dare frutti nel momento del bisogno – l’Occidente, infatti, non è intervenuto a supporto di Yerevan.

Nei minuti immediatamente successivi alla resa del 9 novembre una folla inferocita ha assaltato il palazzo governativo alla ricerca di Pashinyan, e la tensione non ha mostrato segni di diminuzione nei giorni seguenti. A più di una settimana dalla fine delle ostilità Pashinyan continua ad essere identificato con la sconfitta ed è anche stato sventato un presunto tentativo di assassinio nei suoi confronti; evento, quest’ultimo, indicativo del clima che si respira nel Paese.

Pashinyan dovrà uscire di scena perché non gode più dell’appoggio dei gangli del potere, sia politico che militare, ed è ritenuto un personaggio scomodo da Mosca, essendo colui che prima ha bloccato l’adesione dell’Armenia all’Unione Economica Eurasiatica e poi, una volta al governo, ha tentato di seguire le orme della vicina Georgia. Chiunque succederà a Pashinyan dovrà tenere conto del fallimento della politica atlantista, della condizione di accerchiamento geografico e del fatto che la Russia, evitando la caduta definitiva del Nagorno Karabakh, nel quale sta anche proteggendo i luoghi di culto della cristianità armena, si è dimostrata l’unica potenza in grado di fermare le ambizioni turco-azere e di difendere gli interessi armeni.
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