Chi scrive qui queste poche righe è dotato di forte spirito messianico. Nel senso che a ogni tocco di palla (o quasi) di Lionel Messi sente di aver assistito a una piccola (qualche volta non così piccola) manifestazione di quel daimon che, come ci hanno spiegato i filosofi greci, fa da tramite tra noi umani e il divino e si sforza di sollevarci un pochino da terra per avvicinarci al cielo. potete quindi immaginare come posso sentirmi ora che la definitiva consacrazione di Messi, ovvero la vittoria (sarebbe la seconda di fila) della Coppa del mondo di calcio rischia di prodursi nel mondiale più ripugnante di sempre, categoria finale di Coppa Davis in Cile nel 1976, Panatta e Bertolucci sugli scudi sotto gli occhi del generale Augusto Pinochet, o mondiale in Argentina nel 1978 con il generale Jorge Videla e la sua junta al potere.
Che esagerato, diranno molti. L’ho pensato anch’io, e poi mi sono dato torto. Diamo un’occhiata ai protagonisti. Il padrone di casa, Donald Trump, è impegnato in una guerra di aggressione contro l’Iran che è cominciata, non dimentichiamolo, con la strage di oltre 200 ragazzine in una scuola ed è proseguita tra minacce di ridere al suolo il Paese, cancellarne la civiltà e altre amenità. E speriamo che nessuno si sia dimenticato che, per quanto ci faccia orrore il regime degli ayatollah, la scusa della bomba atomica in arrivo è appunto una scusa, tipo le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein ai tempi di George Bush, come testimoniato persino da dirigenti dell’intelligence Usa poi infatti costretti alle dimissioni.
Nella sua veste di leader del Paese ospitante, il buon Trump prima ha vietato l’ingresso a un arbitro somalo, Omar Abdulkadir Artan, selezionato per i Mondiali perché giudicato il miglior arbitro dell’intera Africa. Poi ha trovato il modo di umiliare squadre come Senegal e Uzbekistan, sospettate (chissà perché proprio loro) di trafficare droga e sottoposte a perquisizione da quei fenomeni dell’ICE, la polizia anti-immigrazione che in un anno e mezzo hanno ammazzato 9 persone in strada e ne hanno viste morire 34 nelle loro carceri. In corso di mondiale Trump ha trovato il tempo e la faccia di chiamare il presidente della Fifa (nome omen) Gianni Infantino per ordinargli di revocare la giusta squalifica inflitta a un giocatore della nazionale Usa, vedi mai che bla competizione fosse troppo corretta. Infine, e proprio alla vigilia della finale Spagna-Argentina, Andrew Giuliani, capo della task force della Casa Bianca per la Fifa (ebbene sì, la Casa Bianca ha una task force per i rapporti con Infantino), ha buttato sul piatto il consenso presidenziale all’iniziativa dei giocatori argentini che, dopo la semifinale vinta contro l’Inghilterra, hanno esposto uno striscione con la scritta “Las Malvinas son Argentinas”, a sostegno delle pretese del Governo Milei. Un doppio illecito. Intanto perché la Falkland-Malvinas, per il diritto internazionale rappresentato dall’Onu, sono “territorio non autogovernato, senza riconoscere come definitiva né la posizione britannica né quella argentina”, come ha ben spiegato Andreas A. Chiarella stamattina in queste pagine, e dunque l’iniziativa dei giocatori argentini è un puro sfoggio di propaganda politica. Pensate che cosa sarebbe successo se, invece di lasciare soli i tifosi della Bosnia a cantare “Palestina! Palestina!” per strada, una qualche squadra avesse esposto la bandiera della Palestina magari con la famosa scritta “From the River to the see…”…
Il tifo dello stragista
A dar man forte a Trump in visita dell’ultima partita è poi arrivato Benjamin Netanyahu, lo stragista (a Gaza, in Cisgiordania e in Libano, diciamo un 250 mila morti) inseguito dal mandato d’arresto della Corte penale internazionale, che sventola la maglia dell’Argentina abbracciato a Xavier Milei. Possiamo solo immaginare che cosa avrebbe detto quel ribelle anarchico e autodistruttivo di Diego Armando “el Diez” Maradona: lui la “mano de Dios” gliel’avrebbe probabilmente stampata in faccia, a quei due. Ma anche qui una logica c’è. Non solo perché Argentina e Israele, Netanyahu e Milei hanno firmato gli Accordi di Isacco, con l’idea di estendere all’America Latina il modello degli Accordi di Abramo dei Paesi del Golfo Persico. Ma soprattutto perché Bibi ed El Loco (ma i suoi sostenitori, ovviamente, preferiscono El Leon) sono compagni di merende della Casa Bianca in tutte le trame organizzate, dalla Colombia all’Honduras alla Bolivia, per rimettere al potere, nell’America Latina, governi di destra o estrema destra. InsideOver ne ha parlato con dovizia di particolari negli articoli Marianna Lentini.
Pensate che c’è ancora qualcuno che teorizza che lo sport debba essere, anzi sia, estraneo alla politica. Un vero peccato che la politica la pensi diversamente. Per conferma chiedere ai 684 sportivi palestinesi uccisi a Gaza, ai 290 impianti distrutti dalle bombe, ai calciatori palestinesi che hanno subito amputazioni e ora organizzano partite con le stampelle, se non altro per ricordarci che sono ancora vivi. Oppure ai calciatori spagnoli, rappresentanti di una nazione che ha riconosciuto la Palestina come Stato e negato ai generali d Trump l’uso delle sue basi per andare a scaricare bombe sull’Iran. Glielo spiegate voi che tutti quegli interventi sono casuali, pure coincidenze e non tentativi di intimidire quei fifoni della Fifa o i troppi arbitri mediocri visti in azione?
E quindi che fare stasera? Seguire il cuore o la ragione? Aspettare a occhi sgranati la scintilla del daimon o invocare un po’ di giustizia e sperare che il pallone, dopo averci tolto dai piedi il tentativo di far abusivamente avanzare la Nazionale Usa, ci liberi anche dai condizionamenti anti-Spagna? Torna alla mente una pagina immortale di grande cinema: Diego Abatantuono che urla “Zubizzarreta!!!!” durante la mitica partita di pallone con i marocchini di Marrakesh Express. Forse è l’età. Forse è solo il calcio.
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