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“Le Malvinas sono state, sono e saranno argentine”. È questo il messaggio che numerosi club di calcio hanno portato in campo nel turno dei campionati del 29 e 30 marzo in Argentina, a pochi giorni dalla ricorrenza del 43° anniversario dello scoppio della disastrosa guerra contro il Regno Unito.

Il conflitto era iniziato il 2 aprile 1982, protraendosi fino al 14 giugno dello stesso anno e chiudendosi con una pesante sconfitta argentina, costata 649 morti, 1.068 feriti e 11.313 prigionieri. La scelta di attaccare il Regno Unito e riprendere il controllo dell’arcipelago era stata presa dalla giunta militare guidata dal generale Leopoldo Galtieri, principalmente per ragioni di politica interna: il regime stava attraversando una forte crisi di consenso a causa della grave situazione economica del Paese, e sperava in questo modo di scongiurare una rivolta facendo leva sul forte sentimento nazionalista della popolazione.

La questione delle Falkland-Malvinas è infatti molto antica e politicamente complessa. Le isole erano state brevemente sotto controllo argentino tra il 1820 e il 1833, quando vennero occupate con la forza dai britannici. Di fatto si tratta di un possedimento coloniale in un altro continente, sopravvissuto fino a oggi per la sua marginalità geografica e per il territorio ridotto, ma che nella cultura argentina ha finito per diventare un elemento identitario molto forte. La popolazione locale è però quasi esclusivamente di discendenza britannica, e infatti il referendum del marzo 2013 aveva visto una netta maggioranza (99,8%, con un’affluenza del 92%) propendere per restare nel Regno Unito.

Questa rivendicazione nazionalista argentina va ben al di là delle divisioni tra destra e sinistra, unendo trasversalmente cittadini comuni e politici di differenti idee e schieramento. Proprio nel 2013, due mesi prima del referendum, la presidente peronista Cristina Kirchner aveva scritto all’allora primo ministro David Cameron chiedendo formalmente la restituzione delle isole e accusando esplicitamente il Regno Unito di colonialismo.

Le coreografie dei tifosi

Più di recente, però, la politica argentina si è fatta via via più tiepida sull’argomento. Durante il governo del liberale Mauricio Macri, nel 2016 era stato addirittura firmato il discusso accordo Foradori-Duncan, con il quale il paese sudamericano rinunciava a ogni pretesa sulle Falkland. Quando poi i peronisti erano tornati al potere con Alberto Fernández, l’Argentina si era ritirata dal patto, ma col senno di poi è stata una decisione più simbolica che con reali ricadute pratiche. Oggi, Javier Milei ha una posizione piuttosto ambivalente: nel giugno 2024 aveva ribadito all’ONU le richieste di Buenos Aires riguardo alle isole, ma a gennaio 2025 a Davos ha poi fatto un passo indietro.

Preoccupata dall’economia e sempre più vicina agli Stati Uniti di Trump, la politica argentina ha meno spazio per alimentare tensioni con il Regno Unito. Ma sul campo da calcio le cose funzionano diversamente, e lo sport diventa lo scenario ideale per sfogare questo sentimento represso. Oltre agli striscioni, prima delle partite dello scorso fine settimana è stato osservato pure un minuto di silenzio per le vittime della guerra, e l’All Boys – un club di seconda divisione della zona di Buenos Aires, che gioca in uno stadio intitolato alle Malvinas – ha giocato con una maglietta speciale che porta sul petto il profilo delle isole e una bandiera argentina.

Già lo scorso settembre, in occasione di una partita di Copa Libertadores, i tifosi del River Plate avevano realizzato una grande coreografia con il disegno dell’arcipelago e la scritta “Territorio argentino”. Nel 2022, alla morte della Regina Elisabetta, i sostenitori del Rosario Central esposero uno striscione che diceva “Gli inglesi piangono: le Malvinas ono argentine!”.

Il calcio, d’altronde, ha giocato un ruolo non indifferente in questa vicenda: nel 1982, la guerra gravò molto sulla carriera dell’asso argentino Osvaldo Ardiles, che all’epoca giocava con gli inglesi del Tottenham e sosteneva la causa delle Malvinas. Ardiles dovette essere prestato al Paris Saint-Germain, rientrando a Londra solo al termine della guerra. Più noto è l’episodio che riguarda Diego Armando Maradona, autore di due gol storici all’Inghilterra nei quarti di finale del Mondiale del 1986, che dai tifosi argentini vennero considerati una sorta di vendetta morale per i morti della guerra di solo quattro anni prima.

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