Il presidente argentino Javier Milei si trova in una situazione politica complessa che vede la sua coalizione libertaria di destra, La Libertà Avanza, in difficoltà nella ricerca di sponde per far passare la propria ambiziosa agenda. Milei era stato eletto presidente con l’obiettivo di rifondare nel profondo il sistema economico nazionale, abbattere la spesa pubblica, avviare la privatizzazione degli asset strategici e aprire al mercato l’Argentina a costo di non tener conto di conseguenze sociali e disuguaglianze. Ma per ora, a parte alcuni decreti sulla cessione di linee ferroviarie e aeree e alcune tagli in gangli burocratici dello Stato, l’agenda del presidente ha difficoltà a passare.
Il Senato boccia il presidente argentino
Per abbattere l’inflazione persistente, ad esempio, Milei nei primi mesi di mandato ha bloccato ogni iniziativa politica volta a aumentare la spesa pubblica, indicizzando i costi e le dotazioni al caro-vita. Mossa che ha prodotto una crisi nella gestione dei sussidi anti-povertà e la messa a rischio della tenuta del sistema universitario. L’Argentina ha accumulato un surplus di bilancio dell’1,1% del Pil nella prima metà del 2024 a costo di grandi sacrifici e disinvestimenti.
Ora in Parlamento il Senato ha bocciato il presidente votando con una maggioranza di 61 voti favorevoli e 8 contrari, i 7 senatori del partito del presidente e un altro membro di destra, una riforma del sistema pensionistico che aumenterà l’indicizzazione degli assegni all’inflazione, in controtendenza con l’agenda di Milei.
Milei sconfitto sulle pensioni
Il presidente, ricorda il Financial Times, “ha promesso di porre il veto al disegno di legge, anche se l’ampio margine di sostegno ricevuto sia nella Camera bassa che in quella alta del Congresso implica che i legislatori sarebbero probabilmente in grado di raggiungere la maggioranza dei due terzi necessaria per annullarlo”.
Hanno votato contro il partito di governo anche gli alleati di Milei che hanno membri nel gabinetto presidenziale, in particolar modo l’Unione Civica Radicale di orientamento liberale e che rappresenta uno degli storici partiti argentini, e Proposta Repubblicana, il partito liberal-conservatore dell’ex presidente Mauricio Macri la cui candidata alle presidenziali del 2023, Patricia Bullrich, è oggi titolare del Ministero della Sicurezza.
Non si tratta della prima schermaglia tra Milei e il parlamento, dove i gruppi dei partiti di governo spesso prendono posizione autonoma guardando già all’appuntamento delle elezioni di metà mandato del 2025.
Ad esempio, allo schiaffo in Senato bisogna aggiungere quello subito alla Camera dal governo che ha visto affossata la proposta di stanziare 100 milioni di dollari per attuare una riforma dei servizi segreti che ha re-istituito il Segretariato dell’Intelligence di Stato, già dal 1946 al 2015 organo di coordinamento dell’intelligence sotto la tutela del presidente. Così come nella riforma delle pensioni, i deputati dell’Ucr e di Macri si sono uniti all’opposizione peronista per affossare l’iniziativa presidenziale e mandare un messaggio all’ex tribuno divenuto inquilino della Casa Rosada: non saranno accettate iniziative da uomo solo al comando.
Gli screzi sull’intelligence
L’ipotesi di dare al Side fondi riservati per operazioni speciali, nota El Pais, non è piaciuta: “L’opposizione ha visto nella nuova SIDE un progresso dello Stato sulle strutture di controllo interno. L’agenzia ha una lunga storia di spionaggio contro politici, attivisti e giornalisti”. Sostenuto in questo caso da Bullrich, in rotta con Macri, Milei ha provato a tirare dritto facendo utilizzare al Side i fondi destinati per decreto. E questo, ragiona la testata spagnola, mostra la natura del mileismo come ideologia: “Nel suo modello ideale di governo c’è uno Stato minimo che ignora i suoi obblighi in materia di istruzione, sanità e assistenza sociale e concentra tutti i suoi sforzi sulla sicurezza interna e sulla difesa”.
Insomma, i tagli per i poveri, il manganello e lo spionaggio per evitare proteste: la rivoluzione neoliberista di Milei ha il volto chiaro del “libertarismo” moderno, nel quale si può avere libertà di comprare un’azienda di Stato, non pagare le tasse e inquinare. Ma non quella di protestare contro scelte ritenute inique. Chiaro che per molti legislatori avallare in Parlamento queste scelte significherebbe pregiudicare le prospettive di rielezione. Milei può usare ora l’arma del doppio veto, ma a un grande rischio: quello di vedersi scavalcato e sostanzialmente privato di una maggioranza. Fatto che renderebbe il capo di Stato un’anatra zoppa. Facendo diventare il motto con cui Milei intendeva ribaltare lo Stato, “Afuera”, una formula vuota.

