Il presidente Alberto Fernández, proveniente dalla forte classe media argentina, e cresciuto in un ambiente di avvocati, è un moderato che si proclama liberal-progressista. Docente universitario e fan di Bob Dylan, ha agito da collante per l’eterogenea e frammentata galassia peronista che, a partire dal concetto di giustizia sociale, si estende in un vasto spettro politico. Soprattutto, è  stato strumentale nell’avvicinamento del partito giudizionalista e i progressisti, fungendo da detonatore di cambio.

Nel suo discorso inaugurale al congresso della repubblica, disse con chiarezza che per l’impervio sentiero che il paese avrebbe dovuto percorrere non c’era spazio per dogmi ideologici, ricette magiche o fuoco amico. Infatti, nel mezzo di una crisi economica, che combina un cocktail esplosivo di debito sovrano, assenza di investimenti, recessione e inflazione, il suo esecutivo è subordinato a dinamiche che vanno in senso contrario. La gestione del Frente de Todos ha dovuto navigare le aspettative dell’elettorato, dalle quali dipende il suo capitale attivo, e i condizionamenti del potere economico, dal quale potrebbero essere assestati colpi difficili da assimilare in un’economia tanto fragile. Fernández, noto per il suo equilibrismo, da buon pragmatico, ha scelto il campo del possibile.

Quello che non tutti pensavano è che si ergesse a protagonista della rianimazione dell’area progressista latinoamericana, rivelando capacità visionaria e di aggregazione sul piano internazionale. L’idea è quella di strutturare un’alleanza allo stile dell’Unione delle Nazioni Sudamericane, il cui trattato entrò in vigore del 2011, con nove sottoscrittori. Néstor Kirchner, allora presidente argentino, ne fu il primo segretario generale, ma venne smantellata, fra il 2018 e il 2020, con il ritiro dei suoi principali integranti, a seguito di problemi endogeni ed esogeni, fra cui l’ascesa di partiti e leader ultra conservatori o populisti. Questo nuovo foro si chiama Grupo de Puebla e intende realizzare, in modo partecipativo e consensuale, un’integrazione culturale, sociale, economica, politica e commerciale.

Fernández miete consensi nei paesi della regione che vedono nell’Argentina un esempio di governance umanista, ispirata da quei valori democratici indispensabili per uscire dalla spirale di radicalizzazione politica, disinformazione sociale e manipolazione del consenso, che ha caratterizzato il panorama degli ultimi anni. L’ampio progetto sociale posto in essere in piena pandemia, e il coraggio dimostrato nella negozziazione sul deficit – ereditato dal predecessore Mauricio Macri -, gli hanno fatto guadagnare autorità. Il suo governo ha sottolineato l’importanza di affrontare coordinatamente l’emergenza sanitaria e le sue ripercussioni economiche. Ha teso ponti per risolvere la situazione del Venezuela per via diplomatica, e dimostrato solidarietà per leader, che nelle rispettive realtà rappresentano grandi settori di cittadinanza, come Evo Morales in Bolivia, e Lula da Silva in Brasile.

Il presidente argentino si è reso promotore di un appello per la costruzione di un continente con maggiore uguaglianza ed equità sociale, dove la ricchezza sia ridistribuita a beneficio di tutti. Inoltre, considera che le sfide presentate dall’impatto sociale ed economico delle misure di contenzione del coronavirus offrano l’occasione per disegnare una società più giusta. Per Fernández, un’agenda progressista, ogni giorno, deve dare forma ai diritti, riferendosi all’etica della solidarietà di Alfonsin – il padre della democrazia moderna argentina -, e non è concepibile un ritorno al capitalismo speculativo senza limiti. Immagina un’America Latina vicina all’Europa e meno dipendente dagli Stati Uniti, anche se crede che l’intesa commerciale con l’Unione Europea debba essere rivisto nella sostanza.

A suo vantaggio gioca il prossimo turno di presidenza dell’Argentina della Comunità degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi. Pure il ritorno del Movimiento al Socialismo, con Luis Arce, rafforza la sua posizione nella ricomposizione di un polo progressista, e allo stesso tempo costituisce un contrappeso al fronte conservatore nel Mercato Comune del Sud (Mercosur). Fernández è poi riuscito a preservare vincoli al di fuori della sua sfera di prossimità con premier di segno opposto, in Cile e Uruguay, persino nelle circostanze più delicate come le trattative interne al Mercosur sugli accordi con paesi terzi. É legato da lunga amicizia con il cancelliere uruguayo Francisco Bustillo Bonasso e la famiglia del presidente Luis Lacalle Pou.

La designazione di Fernández in Argentina, Arce in Bolivia, e le profonde proteste sociali in Brasile, Colombia, Cile, Ecuador e Perù, confermerebbero l’inizio di una inversione di tendenza, nell’oceano del conservatorismo latinoamericano, collocando in prospettiva il sopravvalutato “giro neoliberale” che avrebbe dovuto rivatilizzare l’economia. Il risultato delle presidenziali in Brasile del 2022 sarà l’ago della bilancia, sebbene rimanga da sciogliere il nodo del Messico, l’alleato più affine e distante. Rompendo un protocollo non scritto, la prima visita ufficiale di Fernández è stata in Messico e non in Brasile. Il congresso di Brasilia aveva già approvato una risoluzione di ripudio alle affermazioni di Fernández a favore di Lula da Silva, che definiva vittima di un deficiente stato di diritto, e la sua visita all’istituto penitenziario dove era detenuto. Jair Bolsonaro non volle congratularlo per l’elezione.

Nonostante le alte attese riguardo alla creazione di un asse Buenos Aires-Città del Messico, e le similitudini nella traiettoria dei due governi, Andrés Manuel López Obrador eclissò l’ottimismo, dichiarando que le priorità del Messico si trovavano altrove, ovvero nell’intricata gestione delle relazioni con gli Stati Uniti. Il rapporto non è mai arrivato a essere solido né dal punto di vista politico né da quello economico, complicato da scarsa empatia interpersonale. D’altra parte, López Obrador ha intercesso, su richiesta di Fernández, con il Ceo del fondo di investimento BlackRock, uno dei creditori privati più duri nella ristrutturazione del debito nazionale, e in questo mondo cambiante di tensioni e riconfigurazioni, le speranze non sono perdute.