Araghchi, Kushner, Witkoff: partita a scacchi attorno al negoziato Usa-Iran

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Usa-Iran, il negoziato che c’è e non c’è. Non c’è, perché non è stata ancora definita una nuova edizione dei colloqui di Islamabad mediati dal Pakistan tra Washington e Teheran per concludere la Terza guerra del Golfo. Ma di fatto c’è perché ad oggi il negoziato non è tanto sulle modalità per non far ripartire la guerra ma sulla profondità necessaria di un accordo che dovrà essere il più stabile possibile per esser degno di tal nome. Jared Kushner e Steve Witkoff, mediatori Usa e inviati speciali di Donald Trump, sono dati in partenza per Islamabad, capitale del Pakistan visitata dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi in un tour diplomatico che lo porterà anche a Mascate, capitale dell’Oman che si è speso nel 2025 e nel 2026 per evitare le due guerre poi combattute tra l’Iran e l’asse israelo-americano, e a Mosca, ove Vladimir Putin e la Russia osservano l’evoluzione del Golfo con un occhio alle ricadute sulla crisi ucraina.

Araghchi e il tour diplomatico per preparare il negoziato che ancora non c’è

Le richieste negoziali dell’Iran sono state consegnate da Araghchi all’omologo Ishaq Dar e al capo di Stato Maggiore pakistano Asim Munir durante la tappa a Islamabad. Prova, questa, di una ritrovata unità del regime di Teheran attorno alla necessità di far finire la guerra e di provare a capitalizzare un’efficace difesa contro l’assalto statunitense e israeliano che non ha provocato il collasso della Repubblica Islamica ma che deve sostanziarsi in una chiara legittimazione del governo di Teheran sul piano internazionale per dirsi completa.

L’Iran si trova di fronte agli Usa nella condizione in cui, mutatis mutandis, l’Ucraina è di fronte alla Russia: per il Paese più debole la guerra è questione esistenziale, di vita e di morte, per la superpotenza avversaria una parte di un grande gioco diretto contro la Cina nel caso americano e finalizzato al riequilibrio di forze con l’Occidente in quello russo. Ciò crea uno strabismo su obiettivi e fini dei colloqui, di cui è inoltre interpretazione il fatto che Washington non schieri diplomatici di punta come il Segretario di Stato Marco Rubio ma ragioni a livello di portavoce della “diplomazia presidenziale”. La Terza guerra del Golfo è stata il punto d’arrivo di una marcia iniziata da Trump otto anni fa, quando ha dato forma alle aspettative dello Stato profondo americano più orientato all’interventismo rottamando il Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa) negoziato da Barack Obama nel 2015.

Il bivio americano

La guerra ha mostrato però vulnerabilità tattiche e carenze strategiche delle forze Usa, e ad oggi il bivio per Trump è chiaro: il percorso di sanzioni, pressioni diplomatiche, operazioni coperte, azioni cinetiche israeliane e, infine, guerra aperta da Washington e Tel Aviv ha indebolito ma non fatto tracollare Teheran e ora bisogna capire se Washington vuole capitalizzare quanto ottenuto dal conflitto (tra cui un vantaggio energetico rispetto ai partner europei e asiatici e una possibile mine sulle forniture cinesi), per quanto insoddisfacente, anche a costo del rischio di fare concessioni a Teheran o se il negoziato sia solo una leva per il terzo tempo della guerra.

Nel primo caso, Trump e i suoi devono potenzialmente correre il rischio di dover fare ammenda sul fatto di non aver ottenuto risultati decisivi sul fronte del deterioramento dell’arsenale balistico iraniano, di non aver obliterato il programma nucleare della Repubblica Islamica e di aver sostanzialmente visto un vulnus emergere alla loro supremazia marittima con l’affare Hormuz.

La mediazione globale

Se invece la leva è necessaria per riprendere il conflitto, quale sia l’endgame americano è difficile capirlo, anche considerate le ripercussioni mondiali che un rilancio della guerra avrebbe. Ma proprio qui l’Iran vuole vedere le carte. E a Teheran cresce il sospetto che gli Stati Uniti abbiano poca propensione a fare un negoziato strutturato. L’ingresso in campo di mediatori più pesanti o numerosi può facilitare il compito al Pakistan? Occhio all’Oman, già facilitatore in passato, ma ad oggi bisogna capire che ruolo potenzialmente possano giocare la Turchia e la citata Russia. Il Paese anatolico sta lavorando ad alternative terrestri allo Stretto di Hormuz per rendere resilienti i trasporti euroasiatici che intersecano anche interessi americani nel Caucaso e in Asia Centrale; Mosca potrebbe offrire la sua persuasione su Teheran a patto di far ripartire la distensione ruso-americana per nuovi accordi securitari. Recenti uscite del presidente ucraino Volodymyr Zelensky hanno paventato l’idea che nessuna tregua sia possibile in Ucraina senza una stabilizzazione nel Golfo. Il piano inclinato della diplomazia è assai scivoloso: così come prima Usa, Israele e Iran hanno condotto tre guerre diverse in parallelo, ora Washington e Teheran trattano con focus diversi. E il rischio di disturbi nella comunicazione è tutt’altro che basso. Quando c’è in ballo la pace globale, un fatto da non ritenere certamente banale.