Abbas Araghchi, ministro degli Esteri della Repubblica Islamica dell’Iran, arriva ad Ankara per incontrare l’omologo turco Hakan Fidan, stratega della proiezione regionale del governo di Recep Tayyip Erdogan e oggi in campo per un’ultima mediazione per provare a evitare uno scontro tra Teheran e gli Stati Uniti.
La sfida di Araghchi
Il diplomatico 63enne, tessitore della diplomazia iraniana, è all’ultima grande battaglia diplomatica e cerca la sponda di Fidan, che già nei giorni caldi delle proteste di piazza a Teheran e negli altri grandi centri del Paese aveva avvertito contro la tentazione di far sprofondare nel caos la Repubblica Islamica.
La sensazione avvertita in Iran è che l’interlocuzione con la Turchia possa rappresentare la più concreta possibilità per avviare colloqui con gli Usa su basi pragmatiche e scongiurare un assalto a cui Washington si sta preparando consolidando il dispositivo militare nella regione.
Perché la Turchia è un mediatore credibile
Ankara è membro della Nato, confina direttamente con l’Iran, teme che uno scontro con l’Occidente possa condurre al salto nel buio di un caos nel Paese o addirittura alla guerra civile, teme il collasso del potente vicino ed è certa che anche scatenando la loro forza gli Usa non riuscirebbero a rovesciare in un sol colpo la Repubblica Islamica. Con i Paesi europei auto-esclusi da ogni mediazione dall’atteggiamento sempre più duro contro l’Iran e dalle sanzioni contro molti vertici del regime e i Pasdaran la Turchia resta un valido viatico per una trattativa.
Araghchi si presenterà da Fidan con la volontà di dare concretezza al primo invito di Erdogan, che si era addirittura proposto per mettere, virtualmente, il presidente Usa Donald Trump e l’omologo iraniano Masoud Pezeshkian allo stesso tavolo con una chiamata diretta a tre per avviare nuovi colloqui sul nucleare.
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L’assedio americano all’Iran
Il ministro degli Esteri, su spinta del presidente, è stato il grande mediatore prima dell’attacco israeliano di giugno e ha cercato, nei due mesi precedenti, una via a un nuovo accordo sul nucleare con l’inviato Usa Steve Witkoff.
Ora le pressioni americane sono più intense rispetto alla primavera scorsa: gli Usa chiedono la denuclearizzazione completa, lo stop al programma missilistico, la fine del supporto agli alleati regionali dell’Iran. Sostanzialmente, dunque, la resa incondizionata della Repubblica Islamica e la premessa per far emergere tutte le vulnerabilità del Paese. Araghchi, che a settembre aveva cercato di far da pontiere per un nuovo patto con l’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica (Aiea) mediato dall’Egitto, ora guarda alla Turchia per una sponda per far avviare le nuove trattative in uno spirito di maggior pragmatismo.
Turchia-Iran, mediazione all’ultimo miglio
“Sebbene Ankara non affermi di poter risolvere tutte le controversie tra Stati Uniti e Iran, ritiene che anche un impegno diplomatico limitato possa abbassare la temperatura e impedire l’escalation“, nota il Caspian Post, aggiungendo che ad Ankara “c’è la convinzione che la questione nucleare iraniana rimanga il punto di partenza più concreto per la ripresa dei colloqui” e che “i funzionari turchi hanno ripetutamente sostenuto che i progressi su questo fronte potrebbero contribuire ad allentare le tensioni più ampie e a ridurre il rischio di conflitti”.
Araghchi, nei giorni scorsi, ha sentito i capi della diplomazia di Arabia Saudita e Qatar e la sua visita in Turchia va letta in parallelo al contemporaneo viaggio di ufficiali sauditi e israeliani a Washington per scambi informativi su possibili attacchi alla Repubblica Islamica che sembrano ogni giorno più vicini. La Turchia è forse la più vigorosa oppositrice dei raid contro l’Iran, supportata in questo fronte da un’ampia gamma di Paesi arabi e del Golfo, mentre Israele, suo rivale strategico per eccellenza, dopo aver attaccato a giugno sembra oggi giorno meno baldanzoso.
I colloqui in Zona Cesarini
A metà gennaio Araghchi riuscì, confrontandosi con Witkoff e parlando poi direttamente agli americani dagli schermi di Fox News, a mediare uno stop ai raid americani e a presentare la pacificazione interna dell’Iran, ottenuta a costo di durissime repressioni, come un fatto compiuto, rimuovendo le cause scatenanti dei raid. Dopo, Trump ha tirato dritto lo stesso cercando oggi uno scontro La sensazione è che una guerra, ora come ora, non convenga a nessuno e che Trump abbia in mano un’enorme responsabilità. Fidan ascolterà Araghchi per capire se Erdogan, leader con un credito notevole agli occhi dell’umorale presidente di Washington, possa essere in grado di un intervento in Zona Cesarini per scongiurare la guerra. Confermando la centralità strategica di una Turchia sempre più Paese-ponte del Medio Oriente.

