La diplomazia iraniana ha incassato un importante risultato con l’ottenimento del cessate il fuoco con Israele mediato da Stati Uniti e Qatar dopo giorni di aspri combattimenti in cui, in parallelo, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha continuato a muoversi per tessere attorno a Teheran una rete internazionale di sicurezza.
L’Iran e le mosse per uscire dall’angolo
Alternando mosse diplomatiche e prese di posizione forti, il 62enne diplomatico a capo della politica estera nella presidenza di Masoud Pezeshkian ha promosso il tentativo di rompere il sostanziale isolamento in cui Teheran ha affrontato l’attacco israeliano, privo di solidarietà concreta che non fossero le condanne diplomatiche dei raid da parte di Russia, Cina, mondo arabo e diversi Stati africani e latinoamericani.
A conti fatti, missione compiuta: Araghchi ha dialogato coi ministri degli Esteri di Regno Unito, Germania e Francia, ha visitato Mosca per confrontarsi con Vladimir Putin, ha mantenuto aperto il canale con l’inviato Usa Steve Witkoff, da ultimo ha coordinato diplomaticamente la risposta ai raid statunitensi del 22 giugno operando un confronto col Qatar che ha permesso di minimizzare i danni della violazione dello spazio aereo di Doha e di creare un ponte negoziale capace di accelerare la corsa al cessate il fuoco. Al contempo, Araghchi ha anche fatto pressione sull’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica (Aiea) per convincere il direttore generale Rafael Mariano Grossi a un confronto diretto e a un sostegno a futuri sforzi che non facciano sentire Teheran messa all’angolo.
Araghchi, un pragmatico sul solco di Zarif
Araghchi pondera toni e misure simboliche, alterna azioni diplomatiche pragmatiche e prese di posizione nette per bilanciarsi nell’apparato bicefalo del sistema iraniano. Figlio di una famiglia di commercianti di tappeti, giovane combattente nei Pasdaran durante la guerra Iran-Iraq, poi studioso di politica estera con un dottorato di ricerca sul pensiero politico ottenuto in Inghilterra, all’Università del Kent, si è inserito nel continuum della diplomazia iraniana costruendo una sinergia col presidente riformista Hassan Rouhani e il ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif (in carica dal 2013 al 2021) e divenendo capo negoziatore per gli accordi del nucleare (Jcpoa) conclusi nel 2015.
Il solco diplomatico di Araghchi è quello della tradizione di Teheran, chiamata a usare la politica estera come camera di compensazione tra le ambizioni della retorica della Guida Suprema Ali Khamenei e degli apparati a questi più fedeli e un pragmatismo di cui è titolare il Governo civile, in un contesto peraltro che vede l’Ayatollah essere garante delle scelte critiche dovendo dare il suo assenso al presidente per confermare la nomina del Ministro degli Esteri. Segno che nel “gioco delle parti” l’elezione di Pezeshkian e l’ascesa di Araghchi a capo della diplomazia godono dell’approvazione della Guida Suprema.
Il continuum diplomatico, da Zarif a Araghchi, parla di un lungo decennio in cui Teheran ha provato a gestire un’intrinseca fragilità, data dalla debolezza dell’economia e delle tensioni sociali, oltre che ovviamente dalla pressione geopolitica globale, non solo con la crescita della profondità strategica data dal sostegno agli alleati regionali in Medio Oriente ma anche dalla strutturazione di una diplomazia altamente pragmatica e orientata al risultato.
Una diplomazia attiva
Non a caso, anche quando col defunto presidente Ebrahim Raisi furono le forze conservatrici e meno avvezze alla diplomazia internazionale a prendere il potere in Iran, la continuità in questione non si è fermata: Dal 2021 al 2024 il titolare degli Esteri è stato Hossein Amir-Abdollahian, morto nello stesso incidente di elicottero che è costato la vita a Raisi il 19 maggio 2024.
Amir-Abdollahian, esperto di Iraq e vicino allo storico leader della Quds Force Qasem Soleimani, fu artefice della mediazione che nel 2023 chiuse di fatto la guerra per procura con l’Arabia Saudita e avviò la distensione Teheran-Riad. Un pivot fondamentale per indebolire l’assedio internazionale attorno all’Iran. Araghchi si è inserito in questo filone. E la debolezza strategica dell’Iran ha esaltato il ruolo della furbizia, della pazienza e della mediazione. Come l’opportunità, colta al volo da Araghchi, di chiudere la guerra contro Israele, nonostante i proclami di fuoco dei falchi facessero pensare altrimenti, ha dimostrato.

