In principio fu la Nato araba, creatura tirata fuori nel 2015 in funzione anti Houthi in Yemen e in funzione anti iraniana a livello regionale. Poi, via via, la coalizione, per la verità corrispondente più a una Nato sunnita, ha cominciato a perdere pezzi. Prima il Qatar, destinatario nel 2017 di un embargo da parte dell’Arabia Saudita e degli alleati regionali dei Saud. Poi il Sudan che, nel 2019, ha subito un golpe in grado di detronizzare Al Bashir. Infine, la sensazione che una vera e propria alleanza sunnita non sia mai del tutto esistita si è avuta lì dove tutto era iniziato, in Yemen. Qui i due pilatri della coalizione, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, hanno preso strade diverse mai del tutto riunite.
Yemen, Sudan, Africa: gli interessi contrapposti di Riad e Abu Dhabi
In Yemen sia i Saud sia la famiglia Al Nayhan, titolare de facto della federazione emiratina, sono contro gli Houthi. Dopo il cessate il fuoco del 2022, sia Riad sia Abu Dhabi hanno continuato a non riconoscere il movimento sciita vicino all’Iran come organo di governo di Sana’a, capitale yemenita controllata dagli Houthi dal 2014. Tuttavia, i due Paesi sono su fronti contrapposti per quanto riguarda il sostegno alle forze locali: l’Arabia Saudita, in particolare, appoggia il Governo guidato dal presidente Hadi fino al 2022 (anno delle sue dimissioni a cui però non ha fatto seguito la nomina di un successore), gli Emirati invece donano soldi e armi ai separatisti del Sud che controllano parte di Aden. Non si tratta di un dettaglio di poco conto: l’appoggio ai separatisti di Aden ha contribuito parzialmente all’insuccesso dell’azione guidata dai Saud e ha fatto uscire gli emiratini dalla coalizione un tempo nota come Nato araba. L’attivismo di Abu Dhabi è ancora più marcato lungo l’altra sponda del Mar Rosso: in Sudan in particolare, il Governo del presidente sultano Mohammed bin Zayed Al Nahyan sta armando e sostenendo le Rsf, le forze di sostegno rapido guidate dal generale Hemeti Dagalo. Le stesse accusate di avere all’interno ex miliziani janjaweed, ossia i “demoni a cavallo” autori di massacri nel Darfur a inizio secolo e anche oggi accusate di persecuzioni contro le minoranze masalit e fur. Al contrario, Riad è molto più vicina all’altra parte del conflitto sudanese, quella delle forze regolari guidate dal generale Al Buhran.
C’è poi, oltre al Sudan, l’intero contesto africano. Qui il governo di Abu Dhabi sta investendo svariati miliardi di dollari in molti Paesi, compresi quelli del Sahel, e in molti settori. Per dare un’idea, il livello di investimenti emiratini in Africa è secondo soltanto a quello cinese. I Saud, al contrario, appaiono molto indietro su questo fronte.
Una forte competizione regionale
Le contrapposizioni tra i due Paesi del Golfo sono destinate ad avere un impatto molto forte negli equilibri del Medio Oriente. Sono lontani i tempi in cui la regione veniva rappresentata spaccata tra sunniti e sciiti. Dopo gli accordi tra Arabia Saudita e Iran mediati dalla Cina nel marzo del 2023, oggi la rivalità tra Riad e Teheran appare meno marcata. Al contrario, il braccio di ferro più importante potrebbe riguardare il fronte interno al mondo sunnita. I sauditi stanno investendo molto per recuperare terreno sul soft power e sugli investimenti finanziari, con il principe ereditario Mohammad bin Salman che aspira a fare di Riad l’hub commerciale ed economico del Medio Oriente. Ma si tratta della stessa ambizione inseguita da tempo da Mohammad bin Zayed a suon di petrodollari e con una politica estera molto attiva dal Mediterraneo all’Oceano Indiano.
Le due strade di Riad e Abu Dhabi potrebbero non viaggiare sempre in parallelo ma, al contrario, scontrarsi nei vari campi dove la rivalità è sempre più forte. Una rivalità con cui il Medio Oriente che verrà, quello che prima o poi assisterà alla fine della guerra a Gaza e in Libano, dovrà fare i conti.
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