Sono passati solo pochi giorni da quando Bernie Sanders, in diretta sulla Cnn, aveva definito i sovrani sauditi “criminali omicidi” guidati da un dittatore miliardario, aka Mohammed bin Salman. Una dichiarazione forte che ha scosso fortemente l’elettorato filo saudita americano ma soprattutto l’establishment saudita. Il decollo della campagna elettorale di Sanders per le primarie, infatti, ha costretto la leadership di Riad ad iniziare a chiedersi cosa ne sarà dei complessi rapporti Usa-Arabia Saudita se il senatore del Vermont entrasse alla Casa Bianca.

L’eredità di Obama e i falchi sauditi

“For years, we have loved Saudi Arabia, our wonderful ally” ha tuonato Sanders nel suo discorso. Ma per il nuovo frontrunner dei Dem è tempo di invertire la rotta: la strada da seguire è quella tracciata dall’ex presidente Barack Obama, ed è su quell’eredità che bisogna lavorare, secondo il candidato, per riavvicinare Iran e Arabia Saudita, il conflitto “freddo” che sta scatenando un corollario di violenza e conflitti secondari. Illo tempore la leadership saudita aveva reagito piuttosto duramente alla linea morbida inaugurata da Obama, scatenandosi contro due nemici numero uno, gli islamisti e Teheran. Da quel momento scaturì una politica estera aggressiva che aveva portato ad un’escalation interventista all’estero: in Siria, a sostegno dell’opposizione dal 2011 al 2013, in Egitto, sostenendo Abdel Fattah al-Sisi nel rovesciamento dei Fratelli Musulmani, ma soprattutto in Yemen, quello stesso paese che un tempo fu il Vietnam di re Saud.

Il sodalizio Kushner-bin Salman

Nel 2016 il governo saudita si è trovato davanti ad una grande possibilità: il riallineamento della politica a stelle e strisce in direzione decisamente saudita. Tutto questo mentre un nuovo repubblicano alla Casa Bianca riprendeva il leitmotiv dell’Asse del Male, inaugurando la linea dura verso Teheran e verso Pyongyang. Dal 2016, oramai, bin Salman gode di un filo diretto con Washington che si estrinseca in un sodalizio personale con Trump ed il genero Jared Kushner ritenuto, a ragion veduta, il vero tessitore dei rapporti attuali tra Stati Uniti e Arabia Saudita. Una vicinanza spesso ritenuta scomoda e inopportuna tra le fila della diplomazia americana dove, durante il polverone dell’affaire Kashoggi, più di qualcuno aveva mostrato di non gradire l’eccesso di telefonate private tra  bin Salman e Kushner, e i numerosi viaggi non ufficiali di quest’ultimo a Riad. Come quella visita, del tutto personale, effettuata circa tre anni fa, quando il genero di Trump avrebbe incontrato direttamente il principe ereditario per “invitare” l’Arabia Saudita a rispettare gli accordi economici presi con gli Stati Uniti, messi in allarme dall’ avvicinamento tra Riad e Mosca.

Se vincesse Sanders (o un democratico)

La vittoria di un democratico metterebbe seriamente alle strette il regime saudita. Sanders, tra tutti i candidati democratici, è quello che si è esposto maggiormente, ma tutti i suoi competitors condividono più o meno la stessa idiosincrasia per i Sauditi. Eccezion fatta per Michael Bloomberg, che in politica estera sembra tracciare una strada molto più in sintonia con Trump. In un’intervista rilasciata ad Arab News lo scorso settembre, Bloomberg ha elogiato la leadership saudita per ciò che ha definito gli sforzi per “portare quel paese nel nuovo mondo”. “Hanno fatto progressi andando nella giusta direzione”, ha detto l’ex sindaco, che incontrò Mohammed bin Salman in Arabia Saudita nel 2018 durante la visita del principe ereditario a New York. Non menzionando i sostenitori dei diritti delle donne che sono stati incarcerati, torturati e molestati nel regno, Bloomberg ha anche elogiato i sovrani sauditi per “riforme” che hanno migliorato le condizioni delle donne.

La vittoria di Sanders,  o comunque di un candidato con la sua stessa idea sui Sauditi, indubbiamente genererebbe una serie di scossoni in patria. Fra gli effetti positivi, una probabile riapertura dei giochi con l’Iran in merito all’accordo sul nucleare, che getterebbe acqua sul fuoco dopo i pesanti mesi seguiti all’uccisione di Soleimani. Ma Sanders potrebbe spingersi più in là, chiedendo ad esempio una riapertura del caso Kashoggi oppure optando per una chiusura dell’ombrello americano attraverso un disimpegno progressivo nell’assistenza militare a Riad. Trump ha agito fino ad oggi come un cuscinetto tra l’Arabia Saudita e i membri del Congresso che vogliono punire Riad per l’omicidio del giornalista saudita: se Sanders vincerà e seguirà la sua linea pre-elettorale, l’Arabia Saudita potrebbe dover affrontare l’ira repressa del Congresso americano che si tradurrebbe in forma di sanzioni o di ritiro del supporto logistico per la guerra nello Yemen. Indubbiamente, un grosso divario di fiducia si aprirebbe fra le due parti.

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