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Politica

Il grande bluff di Bin Salman

Mohammed bin Salman, innovatore e politico illuminato oppure un bluff colossale? Il principe saudita piace, così come piacciono le sue riforme: apre i cinema e concede alle donne di andare allo stadio e guidare. Bene, bravo, bis. Ma non solo:...

Mohammed bin Salman, innovatore e politico illuminato oppure un bluff colossale? Il principe saudita piace, così come piacciono le sue riforme: apre i cinema e concede alle donne di andare allo stadio e guidare. Bene, bravo, bis. Ma non solo: a quanto pare vorrebbe pure mettere in riga il clero wahhabita che, di fatto, monopolizza la vita del Regno. L’Arabia Saudita non può chiedere di meglio. O forse sì.

Le mosse di Mbs, fino ad ora, sono state maldestre, soprattutto in politica estera. Prendiamo il caso Hariri. Il 4 novembre il premier libanese atterra a Riad e, di fatto, viene sequestrato. Pochi giorni prima, aveva incontrato Ali Akbar Velayati, consigliere di Alì Khamenei, al quale aveva confidato che il Libano avrebbe proseguito “la lotta al terrorismo” al fianco dell’Iran. Poi il black out. I sauditi chiamano Hariri e lo fanno volare a Riad, dove annuncia le dimissioni. Iniziano ore difficili per il Libano e, dopo un tour internazionale e un incontro con il presidente francese Emmanuel Macron, Hariri torna a Beirut dove incontra il presidente della repubblica Michel Aoun. I due si parlano e, alla fine, il primo ministro ritira le dimissioni. Tutto torna come prima. O quasi. Riad e Bin Salman ne escono sconfitti.  





Quasi contemporaneamente al sequestro di Hariri, Bin Salman fa arrestare 350 alti esponenti della politica e della finanza saudita. Tra questi anche il principe Alwaleed bin Talal che, secondo diverse fonte, sarebbe stato rilasciato oggi. Come riporta l’Agi, quella purga ” ha rafforzato il principe della Corona Mohammed bin Salman (…) ma ha preoccupato gli investitori stranieri, indispensabili per finanziare il suo piano di riforme economiche”. Un boomerang, insomma, che ha creato fastidi sia all’interno del Paese che all’esterno. 

E anche le aperture religiose sembrano dover rimanere lettera morta o, nella peggiore delle ipotesi (per Riad), creare fastidi tra il clero. Lo scorso 24 ottobre, Bin Salman ha detto: “In Arabia Saudita torna l’islam moderato”. Il riconoscimento, più o meno esplicito, che l’Arabia Saudita è finita in mano a una setta. “Torniamo – ha aggiunto il principe ereditario – a ciò che eravamo prima, una nazione il cui islam moderato è aperto a tutte le religioni e al mondo. Non trascorreremo i prossimi 30 anni della nostra vita avendo a che fare con idee di distruzione. Invece, le schiacceremo. Metteremo fine all’estremismo molto presto”.

Qualche anno fa, il New York Times pubblicava un interessante articolo di Kamel Daoud (Qui la traduzione in italiano per Internazionale) in cui spiegava perché l’Arabia Saudita è un Isis che ce l’ha fatta. Una sorta di padrino del Califfato: “Il regno saudita gli ha offerto un credo e delle convinzioni. Se non lo capiamo, perderemo la guerra anche se dovessimo vincere delle battaglie. Uccideremo dei jihadisti ma questi rinasceranno nelle prossime generazioni, nutriti dagli stessi libri”.

Ecco, è proprio questo che non capiamo. Continuiamo ad applaudire le (presunte) riforme di Casa Saud. Ma dimentichiamo che lì nulla si può modificare. È tutto fermo, cristallizzato, al XVIII secolo, quando Muḥammad ibn ʿAbd al-Wahhāb, il padre del wahhabismo, elaborò la sua dottrina religiosa. E le riforme di Bin Salman sono gattopardesche: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”.

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