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Politica

Arabia Saudita contro Qatar: la situazione dopo 4 mesi di embargo

Il 5 giugno il mondo si è svegliato con un ennesimo colpo di scena tutto in salsa mediorientale: le monarchie del golfo persico sono entrate improvvisamente, o quasi, in contrasto a pochi giorni dalla visita in Arabia Saudita di Donald...

Il 5 giugno il mondo si è svegliato con un ennesimo colpo di scena tutto in salsa mediorientale: le monarchie del golfo persico sono entrate improvvisamente, o quasi, in contrasto a pochi giorni dalla visita in Arabia Saudita di Donald Trump e dalla stipula di un contratto di forniture militari made in USA tra Washington e Riyadh, dal valore di 140 miliardi di Dollari. Sono stati, in particolare, i sauditi ad avviare una tensione diplomatica che è servita a rimescolare nuovamente le carte nell’intricato scenario del vicino oriente: i Saud infatti, assieme alle case regnanti degli Emirati Arabi Uniti e del Bahrein e con l’appoggio, inoltre, dell’Egitto del presidente Al Sisi, hanno lanciato un boicottaggio economico e politico contro il Qatar. Chiuse le frontiere, negato lo spazio aereo per la compagnia di bandiera di Doha, stoppate le forniture di cibo ed energia, il golfo persico quel giorno si è ritrovato sull’orlo di un conflitto tanto diplomatico quanto, forse, anche militare. Il motivo dell’improvviso surriscaldamento delle relazioni tra Riyadh e Doha, è stato fatto risalire ufficialmente al finanziamento qatariota dei gruppi terroristici e delle milizie jihadiste.

Il blocco imposto dai Saud continua ad essere applicato

Da quel 5 giugno però, sono cambiati tanti scenari nel contesto internazionali: quell’Arabia Saudita così vicina agli Stati Uniti, ha visto il proprio anziano sovrano Re Salman precipitarsi a Mosca per strappare altri accordi militari a causa della preoccupazione tanto sulla sostenibilità dei contratti stipulati a maggio con Trump e tanto sulla capacità di Washington di mantenere fede agli impegni, visto che ancora oggi il Congresso USA non ha ratificato quelle forniture trionfalmente annunciate a Riyadh; ma non solo: la guerra nello Yemen, giorno dopo giorno, oltre a creare un’ulteriore crisi umanitaria segna per i Saud una sconfitta dopo l’altra e la casa regnante del paese wahabita negli ultimi mesi ha avuto la necessità di mostrare il proprio volto più ‘moderato’, iniziando a dialogare con l’Iraq dopo oltre tre decenni, così come con gli sciiti iracheni e con altri attori della regione che prima dello scorso 5 giugno erano identificati tra i principali nemici dell’Arabia Saudita.





Pur tuttavia, a fronte di questi importanti e significativi cambiamenti che hanno ancora una volta rimescolato rapporti e relazioni interni al medio oriente, tra Riyadh e Doha il blocco imposto oramai quattro mesi fa ha continuato ad essere ufficialmente applicato: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein ed Egitto, anche in queste ultime settimane hanno continuato a tenere sbarrati i canali del dialogo con il Qatar anche se non sono mancati tentativi di mediazione da parte sia di altri attori regionali che delle diplomazie di altri Stati. A confermarlo è stato, come ha riportato nel suo articolo su Affari Internazionali Eleonora Ardemagni, lo sceicco kuwaitiano Shaykh Sabah Al-Ahmad Al-Jaber Al-Sabah; recatosi da Trump alla Casa Bianca lo scorso 7 settembre, il sovrano di Kuwait City ha dichiarato apertamente che non solo il suo paese non ha aderito al blocco saudita, preferendo quindi un approccio più morbido sulla questione, ma che i suoi uomini diplomatici sono stati impegnati durante l’estate a tenere aperte le vie del dialogo volto ad evitare un possibile scontro militare tra le petromonarchie.

Ad essere nel mirino del blocco anti Doha, sono adesso i mondiali di calcio del 2022 assegnati al piccolo emirato del golfo e che, nelle mire della famiglia regnante qatariota, hanno come obiettivo quello di un grande investimento economico, commerciale, ma anche mediatico e di immagine; non è un caso quindi che il botta e risposta tra le parti in causa abbia riguardato nelle ultime ore il futuro della manifestazione: “Se vuole ospitare i Mondiali di calcio del 2022, il Qatar deve ripudiare le politiche di sostegno all’estremismo e al terrorismo” ha dichiarato lo scorso martedì in una nota del suo governo Anwar Gargash, Ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti. “E’ soltanto invidia – ha fatto eco da Doha il portavoce del governo localeIl loro blocco illegale è fondato solo su gelosie meschine, non su reali preoccupazioni”. L’astio diplomatico continua, il boicottaggio non sembra essere vicino alla sua fine, ma quel che veramente viene da chiedersi è se la strategia saudita contro il Qatar abbia o meno dato i frutti sperati dai sauditi e dagli alleati.

L’embargo visto da una prospettiva politica

Gli obiettivi dell’Arabia Saudita e dei suoi alleati della regione erano quelli di isolare politicamente ed economicamente il Qatar; sul primo fronte, il blocco contro Doha non sembra aver conferito gli effetti desiderati dai Saud: l’emirato guidato dalla famiglia Al Thani non è stato costretto ad alcun passo indietro, né ad assumere precisi impegni nei confronti di chi ha imposto l’embargo in quanto da giugno ad oggi ha potuto contare sulla solidarietà di alcuni vicini o sulla neutralità di altri attori internazionali. A cominciare dagli USA che, dopo la vendita di armi concordata ma non ancora eseguita all’Arabia Saudita, non solo hanno subito ribadito con forza l’importanza strategica del Qatar non scaricando di fatto gli Al Thani, ma a pochi giorni dall’embargo hanno anche chiuso alcuni contratti proprio con Doha riguardo la fornitura di aerei F 15; Washington si è sostanzialmente dichiarata neutrale nel conflitto tutto interno alle petromonarchie, non negando l’appoggio ai Saud, ma non ritirando nemmeno quello a Doha.

Dagli USA alla Russia, il cui governo ha sempre tenuto un filo diretto con il Qatar anche nei momenti più critici del conflitto siriano che vedeva gli Al Thani finanziatori dei gruppi anti Assad; dal 5 giugno, diversi gli incontri tra rappresentanti di Doha e Mosca, petrolio e forniture militari i principali argomenti di rapporti bilaterali sempre più in crescita e che vedono proprio nella crisi siriana un tassello posto sullo sfondo del dialogo tra i due paesi. Si è schierata a favore del Qatar invece la Turchia e questa non è certo una sorpresa: Ankara e Doha sono state alleate nel finanziare la fratellanza musulmana ed hanno non pochi punti di convergenza a livello economico e militare, con l’emirato che è tra i primi investitori nel paese anatolico e con il governo di Erdogan che proprio nel mese di giugno ha piazzato nella penisola del golfo persico una delle basi più importanti per il suo esercito. Infine l’Iran: Teheran ha approfittato del gelo tra il Qatar ed i Saud per riaprire canali diplomatici resi molto freddi da alcuni anni a questa parte, ponendo in primo piano soprattutto la gestione del giacimento di gas posto sotto il tratto di mare in comune tra i due paesi.

Il blocco sotto il profilo economico

E’ forse sul piano commerciale che arrivano i peggiori dolori per Doha dall’embargo imposto dai sauditi; esportazioni in lieve calo, uso del 23% degli introiti per pagare gli stipendi e far reggere l’economia sul piano interno, problemi di non poco conto per la Qatar Airways e messa in discussione dei corposi investimenti per il mondiali del 2022. Sono questi alcuni dei problemi che l’emirato degli Al Thani ha dovuto affrontare da giugno a questa parte, pur tuttavia Doha sembra poter per il momento sostenere la chiusura della sue frontiere terrestri; il suo fondo sovrano continua ad essere tra i più importanti al mondo in termini di investimenti all’estero, specialmente nel vecchio continente e, a tutto questo, vanno aggiunte le ‘vittorie politiche’ sopra menzionate. In poche parole, tra il Qatar e le altre petromonarchie rimangono le divergenze, al pari del blocco economico e dei toni non proprio diplomatici: tuttavia, complessivamente, è possibile affermare che a distanza di quattro mesi il piccolo emirato sembra ancora essere decisamente in vita.

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