Il Medio Oriente è regolato da equilibri politici fragilissimi. Il passato, anche quello più recente, ha insegnato che basta davvero poco per far saltare il tavolo e costringere gli attori in campo a ricomporre un puzzle sempre più complicato. Ci sono tre Paesi che si contendono la corona in una regione in cui si è venuto a creare un vuoto dopo il graduale disinteresse degli Stati Uniti: Israele, Iran e Arabia Saudita.
Senza l’alfiere Washington ai bordi della scacchiera, la Cina si è tuffata in una prateria vastissima. Pechino intrattiene rapporti ottimi con tutti e tre questi Paesi citati: acquista petrolio dall’Iran tenuto sotto scacco dalle sanzioni americane, partecipa a gare pubbliche in Israele, dove dovrebbe contribuire a costruire una nuova linea della metropolitana, e adesso flirta anche con l’Arabia Saudita, un tempo sodale scudiera della Casa Bianca.
Petrolio e affari
Proprio l’Arabia Saudita potrebbe modificare l’attuale equilibrio mediorientale. Già, perché il ruspante Mohammad bin Salman ha idee chiarissime per il suo Paese, e lo si era capito già da quando aveva deciso di integrare il piano Saudi Vision 2030 con il progetto cinese della Nuova Via della Seta. Non solo: c’è anche il petrolio ad avvicinare Cina e Arabia Saudita. Da una parte la Cina vuole evitare di restare a secco, visto che l’Iran fatica a restare a galla e, da un giorno all’altro, potrebbe ridurre le esportazioni verso l’ex Impero di Mezzo; dall’altra Aramco, la compagnia nazionale saudita di idrocarburi, ha intenzione di espandersi in Asia, e la sponda della Cina è fondamentale per penetrare in quelle latitudini.
Armi e missili
Ma oltre alla politica e agli affari c’è dell’altro. Gli accordi economici sono spesso l’anticamera per qualcosa di molto più appetitoso, e anche in questo caso l’intuizione è corretta: armi ed equipaggiamento militare. L’Arabia Saudita da diversi anni utilizza droni made in China, tanto che il Wing Loong è il nome del modello cinese adottato da Ryiad per mettere a ferro e fuoco lo Yemen. In ogni caso, i sauditi, a differenza di Iran e Israele, non possono contare sul nucleare; gli Stati Uniti hanno sempre risposto picche a richieste del genere, mentre la Cina è più ambigua. In teoria Pechino non avrebbe niente in contrario nell’aiutare l’Arabia Saudita a dotarsi dell’atomica, ma il problema è che Ryiad potrebbe usarla per annientare l’Iran, altro alleato cinese nella regione. Quindi, per il momento, meglio non rischiare.
L’ultimo step
Eppure la Cina ha già esportato diversi armi in direzione Arabia Saudita, a cominciare dal 1987, quando Pechino trasferì a Ryiad tra 30 e 120 missili balistici a portata intermedia DF-3A Dongfeng. Questi, come fa notare National Interest, una volta riempiti di gas liquido sarebbero stati in grado di colpire bersagli situati fino a 2700 miglia di distanza. Il governo locale non li ha ancora utilizzati a causa di un problema intrinseco agli stessi missili, a quanto pare imprecisi una volta sparati.
Armi inutili? Neppure per idea, perché basta dotare i missili con una testata nucleare – che in fin dei conti è ciò per il quale i DF-3 sarebbero stati progettati – per farli diventare letali. Dieci anni dopo l’Arabia Saudita ha acquistato, sempre dalla Cina, missili IRBM DF-21, perfetti per colpire bersagli sparsi un po’ in tutto il Medio Oriente. Adesso a Ryiad manca l’ultimo step: dotarsi dell’arma atomica.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.



